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domenica, Marzo 8, 2026

REFERENDUM: ANDARE A VOTARE O RESTARE A CASA? 

“…Da ciò risulta l’urgenza di trovare una soluzione per tutto quello che attenta contro i diritti umani fondamentali. I politici sono chiamati a prendersi «cura della fragilità, della fragilità dei popoli e delle persone. Prendersi cura della fragilità dice forza e tenerezza, dice lotta e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla “cultura dello scarto”. Fratelli Tutti p.188 Papa Francesco 3 Ottobre 2020 

Molti italiani  ancora non sono informati ma l’8-9 giugno i cittadini  saranno chiamati ad esprimersi su 5 quesiti abrogativi: 3 riguardano i contratti di lavoro, 1 riguarda la responsabilità delle imprese ed 1 riguarda la cittadinanza. 

L’articolo 75 della Costituzione italiana recita così: “È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali… 

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati. La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. 

Se decido di andare a votare, devo votare SI o NO? 

Non ci sono risposte ovvie. Non c’è una risposta unica valida per tutti i referendum. 

I referendum sono 5 e trattano almeno 3 diverse materie molto delicate, con conseguenze serie per la vita di persone e famiglie. 

Se una parte politica ha promosso i referendum, non significa necessariamente che siano tutti sbagliati e che vadano respinti in blocco, come anche che siano tutti validi e debbano essere approvati in blocco. 

Corriamo ogni giorno per adempiere le nostre responsabilità in famiglia e sul posto di lavoro e la sera desideriamo alleggerire la giornata con un po’ di svago e la gioia dello stare insieme. Tuttavia, non possiamo ignorare che i quesiti posti sono molto seri, dal contenuto un po’ complesso e richiedono approfondimento e discernimento. 

Le semplificazioni estreme, le battute ironiche, le risposte date per ovvie solo perché provengono da una parte politica  contro l’altra, non aiutano i cittadini ad esercitare una partecipazione consapevole, qualunque ne sia poi il comportamento finale. 

I referendum dovrebbero essere analizzati uno per uno, ascoltati con attenzione i pareri favorevoli e quelli contrari per formarsi un’opinione chiara. 

Io ad esempio non ho ancora completato la mia riflessione ma ho già esaminato 4 referendum giungendo ad una possibile conclusione di due NO e due SI. Sul quinto ho bisogno ancora di approfondire meglio. 

Per esempio  posso dichiararare i due SI che  ho maturato sino ad ora, per i No non posso dare esempi in quanto potrei involontariamente dare indicazioni di voto che non sono consentite,: 

  1. Si tratta del referendum sulla responsabilità solidale degli appalti. So bene per esperienza personale che i lavori a rischio vengono sub e subappaltati a piccole aziende o cooperative che non hanno nulla da perdere, il cui presidente o amministratore è in genere un uomo anziano nullatenente. Operai sottopagati, male addestrati e spesso privi dei dispositivi di sicurezza vengono impiegati da queste microaziende tenendo ben coperta la responsabilità delle grandi aziende. I controlli? Insufficienti, superficiali. Penso che la parola “responsabilità” dovrebbe circolare meglio, essere presa più sul serio da coloro che, comodamente seduti in un ufficio al 32° piano, devono coordinare commesse multimilionarie. 
  2. Per i referendum sui contratti a tempo determinato i quesiti sono per ripristinare la necessità di indicare una valida motivazione. Eliminare la motivazione, equivale a consentire l’utilizzo indiscriminato di tale forma di contratto anche semplicemente al fine di prolungare il periodo di prova del lavoratore o per tenere mano libera al fine di gestire la flessibilità della manodopera senza rispettare criteri di anzianità o di carichi familiari. Le famiglie hanno bisogno di stabilità mentre i giovani che si barcamenano tra un contratto a tempo ed un altro a tempo non riescono a progettare il loro futuro, ad avere figli, a comprare una casa. Non è un caso che i migliori se ne vadano.

E se invece non andassi proprio a votare? 

Se rinunciassi ad esercitare questa forma di partecipazione democratica? Affiderei una delega sempre più ampia all’attuale classe politica.

Da un punto di vista strettamente legislativo, non c’è alcun obbligo,  e pertanto non andare a votare è una posizione assolutamente lecita. 

Cinque diversi possibili atteggiamenti possono dare luogo ad un comportamento di questo tipo:  

  1. Considero questi quesiti referendari totalmente irrilevanti per me: i quesiti sono lontani dai miei interessi personali, l’esito dei referendum qualunque esso sia mi lascia del tutto indifferente. 
  2. I quesiti sono per me molto complessi e non sono in grado di valutare bene quale sarebbero le conseguenze della vittoria dei SI. 
  3. Non credo alla politica, non ho alcuna fiducia nella Costituzione, nel Parlamento, nelle leggi in generale. Pertanto, preferisco starmene a casa a guardare la TV. 
  4. Mi fido ciecamente dei politici della mia parte e seguo le loro indicazioni di non andare a votare a prescindere dai contenuti che non voglio approfondire né valutare. 

Mentre il primo atteggiamento presuppone comunque un approfondimento effettuato sui singoli temi ed una scelta consapevole, gli altri quattro casi presuppongono una scarsa volontà di informarsi su temi piuttosto rilevanti, che, seppur non coinvolgono il singolo cittadino, interessano e condizionano la vita di milioni di altre persone, fra cui quasi certamente amici, parenti, colleghi, vicini di casa. 

In fondo si tratterebbe di una rinuncia a riflettere, a discernere, ad esercitare un diritto di espressione del proprio parere. 

Infine, occorre anche pensare che chi sceglie di non andare a votare non può esercitare alcuna distinzione tra i 5 quesiti, auspicando pertanto una bocciatura complessiva. 

Insomma, se dovesse vincere l’astensionismo, chi avrà vinto: il disinteresse verso le questioni pubbliche, l’ignoranza o il calcolo elettorale? 

Resta il fatto che, qualora l’interesse dell’astenuto sia far fallire i referendum, il rischio sia che si raggiunga comunque il quorum e che i SI a questo punto vincano perché i NO si sono divisi tra partecipanti votanti ed astenuti. 

Nonostante le enormi debolezze e fragilità del nostro Paese, non posso non sperare in una crescita della consapevolezza politica e della volontà di partecipazione dei cittadini italiani alla vita pubblica del Paese e sarei fortemente deluso e rattristato di fronte ad una dilagante vittoria dell’astensionismo.

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