Difesa europea: un’urgenza non più rinviabile
Per molti anni – dal fallimento, nel 1954, della ratifica della Comunità europea di difesa (CED) tanto voluta da De Gasperi – parlare di difesa europea è stato percepito come un esercizio teorico, un progetto pressoché velleitario e comunque non urgente.
Oggi questa prospettiva non è più sostenibile. Il contesto internazionale è profondamente cambiato: le tensioni geopolitiche si sono intensificate, gli equilibri globali si sono fatti più instabili e l’Europa si trova esposta a conflitti in atto e ulteriori rischi che non può più permettersi di affrontare in ordine sparso.
Per decenni, la sicurezza del continente è stata garantita in larga parte dall’ombrello della NATO e, in particolare, dal ruolo degli Stati Uniti. Questo assetto ha consentito ai Paesi europei di concentrare risorse su sviluppo economico e welfare, costruendo modelli sociali avanzati e sistemi di protezione tra i più evoluti al mondo. Tuttavia, questa dipendenza ha avuto anche un costo meno visibile: ha rallentato la costruzione di una vera autonomia strategica europea, lasciando irrisolto il nodo di una difesa comune.
Oggi, nel contesto di un mondo sempre più competitivo e frammentato, l’Europa non può più permettersi di essere un attore incompiuto: l’abbiamo constatato anche in campo commerciale, dove pensavamo che l’Europa disponesse di una primazia, smentita dalla fragilità dimostrata di fronte alla questione dei dazi introdotti dal Presidente Trump.
Non si tratta soltanto di rispondere a minacce militari tradizionali, ma di affrontare una gamma molto più ampia di sfide: dalla sicurezza energetica alla protezione delle infrastrutture critiche, dalla difesa cibernetica alla gestione delle crisi regionali ai suoi confini. In tutti questi ambiti, l’assenza di una capacità europea integrata rappresenta una vulnerabilità strutturale.
La sicurezza, infatti, non è un concetto astratto bensì un presupposto per consentire alle società di prosperare nella libertà e nella pace.
Senza sicurezza, anche i sistemi di welfare più avanzati diventano fragili; senza stabilità, le economie rallentano e le disuguaglianze aumentano.
La costruzione di una vera capacità europea di difesa diviene pertanto una necessità strategica. Rimandarla ulteriormente significherebbe accettare un progressivo indebolimento del ruolo dell’Europa nel mondo e una crescente difficoltà nel proteggere i propri cittadini, i propri interessi e il proprio modello di società. La deterrenza consiste nel prevenire i conflitti attraverso la disponibilità di una forza credibile. L’esperienza ci insegna, purtroppo, che potenze dominate da concezioni più spregiudicate della nostra talora scatenano nuovi conflitti pensando di approfittare di situazioni di debolezza della “preda”.
Il costo della frammentazione: 27 difese, una “Comunità europea dell’inefficienza”
Se l’urgenza di una difesa europea nasce dal mutato contesto internazionale, la sua necessità diventa ancora più evidente osservando l’attuale organizzazione militare degli Stati membri dell’UE. Oggi l’Europa dispone, di fatto, di 27 sistemi di difesa nazionali diversi (sebbene taluni di essi relativamente coordinati nella NATO), ciascuno con proprie strutture di comando, propri sistemi di approvvigionamento, proprie dotazioni tecnologiche e proprie filiere industriali. Questa frammentazione non è soltanto un limite strategico: è, prima di tutto, un enorme spreco economico e politico.
Ogni Stato membro pianifica e gestisce autonomamente acquisti, manutenzione e sviluppo delle proprie capacità militari. Il risultato è una moltiplicazione di spese che spesso replicano le stesse funzioni. Sistemi d’arma simili vengono sviluppati in parallelo, catene logistiche vengono duplicate, centri di comando operano senza una prospettiva di integrazione. Su scala europea, questa situazione si traduce in una forma strutturale di inefficienza. Solo per fare un esempio, tra i 32 Paesi membri della NATO, tutti europei a parte USA e Canada, sono stati necessari 1.300 accordi per fissare gli standard degli ordigni e delle dotazioni: quanto costano tutte queste difformità agli europei?
Le conseguenze sono evidenti: con una spesa complessiva (si stima di 381 miliardi di euro nel 2005) pari o superiore rispetto ad altri attori globali, l’Europa ottiene meno capacità operativa. In altre parole, si spende molto, ma si spende male. Le risorse vengono disperse in una pluralità di programmi, prevalentemente nazionali (nel 2022, gli appalti collaborativi costituivano solamente il 18% degli appalti nel campo della difesa nell’UE), rendendo difficile raggiungere economie di scala, standard comuni e interoperabilità reale tra le Forze armate.
A questo si aggiunge la frammentazione delle catene di comando. In uno scenario di crisi, la capacità di risposta dipende dalla rapidità decisionale e dalla chiarezza delle responsabilità. Strutture separate e livelli diversi di coordinamento rallentano le decisioni proprio quando la tempestività è vitale.
Ma un punto particolarmente delicato riguarda l’impatto sul welfare. In un contesto di risorse limitate, ogni euro speso in modo inefficiente nella difesa è un euro sottratto a sanità, istruzione, protezione sociale e investimenti per la crescita. La frammentazione, aumentando oggettivamente i costi, riduce lo spazio fiscale disponibile per sostenere quel modello sociale europeo che rappresenta uno dei tratti distintivi del continente.
Si crea così un paradosso: per mantenere sistemi di difesa separati e meno efficienti, l’Europa rischia di comprimere proprio quelle politiche che garantiscono coesione e qualità della vita. Superare questa frammentazione non significa rinunciare alle identità nazionali, ma mettere in comune ciò che oggi è duplicato, razionalizzare le risorse e costruire una capacità condivisa, a parità di spesa, più efficiente e sostenibile.
Unirsi per difendere cosa? Valori comuni e progetto politico europeo
Se l’Europa deve dotarsi di una difesa comune, la domanda decisiva diventa: difendere che cosa? Senza una risposta chiara, ogni sforzo di integrazione rischia di apparire distante dai cittadini. È invece sul terreno dei valori che la difesa europea può e deve trovare la sua legittimazione più forte.
L’Europa è uno spazio storico e culturale che ha prodotto principi condivisi: dignità della persona, stato di diritto, libertà fondamentali, pluralismo, solidarietà sociale. A questi si affianca un modello che ha cercato di coniugare sviluppo economico e protezione sociale. Tuttavia, questi valori non sono privi di tensioni.
Da un lato vi sono visioni che pongono al centro la tutela della vita, i fondamenti antropologici e l’identità storica; dall’altro, sensibilità che enfatizzano diritti civili, inclusione sociale e sostenibilità ambientale. Questa pluralità è una ricchezza, ma rischia di costituire un ostacolo nel definire un orizzonte comune.
Per questo emerge l’esigenza di un nuovo patto politico europeo. Il tentativo di dotarsi di una Costituzione nei primi anni Duemila si arrestò dopo i referendum in Francia e nei Paesi Bassi, anche per la distanza percepita dai cittadini. Oggi, però, le crisi hanno reso più evidente l’interdipendenza tra gli Stati e la necessità di strumenti comuni più solidi.
Non partiamo da zero: non tutti sanno che l’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea di Lisbona reca una clausola di difesa reciproca non meno stringente del più noto articolo V del Trattato NATO, ma non basta! Senza pregiudicare l’Alleanza Atlantica, occorre tuttavia conferire piena efficacia all’impegno assunto dagli Stati membri dell’UE con l’articolo 42, paragrafo 7, rivedendo la governance europea delle decisioni nel campo della difesa, dotandola di una credibile capacità operativa e definendo delle vere strategie e linee guida comuni.
Ma il presupposto per realizzare tutto ciò è riprendere un percorso costituzionale, costruire un quadro di valori fortemente condivisi, capace di tenere insieme sensibilità diverse: tradizione e innovazione, identità e apertura, diritti e responsabilità, sviluppo e sostenibilità. Non si tratta di eliminare le differenze, ma di renderle compatibili dentro un progetto comune. In tale prospettiva potrebbe rivelarsi molto utile per l’Europa la condivisione di un Nuovo Modello di Sviluppo, basato sui principi del Ciclo della Vita, che coniughi la sostenibilità ambientale con la sostenibilità economica e sociale, ponendo al centro i valori della Vita e della Dignità della Persona.
Solo su questa base la difesa europea può trasformarsi in espressione di una vera comunità politica, consapevole dei propri principi e del proprio ruolo nel mondo, un soggetto promotore di Pace anche in virtù della capacità di garantire sicurezza.
Non si tratta necessariamente di un’Europa più armata, ma di un’Europa più responsabile, capace di prendersi carico del proprio destino. La sicurezza non può essere delegata né garantita da strutture frammentate: richiede visione, coerenza e volontà politica. Il punto decisivo è coinvolgere i cittadini. Spiegare che unirsi non significa perdere sovranità, ma recuperare capacità di incidere. Dimostrare che una difesa integrata non sottrae risorse al benessere, ma può contribuire a preservarlo. Chiarire che l’alternativa all’integrazione non è l’autonomia, ma il rischio di marginalità.
Difesa comune e processo costituzionale sono quindi due facce della stessa esigenza: dare all’Unione una base più solida e condivisa; unirsi per promuovere un nuovo modello di sviluppo e prosperità ai propri cittadini e per essere capaci di difendersi, al fine di proteggere non solo territori, ma un’idea di società fondata su libertà, diritti, doveri condivisi e solidarietà.


