Pochi giorni ancora e il Paese, i cittadini del Paese voteranno, o non voteranno, per rispondere ai cinque quesiti referendari.
Non sappiamo, non siamo in grado di fare previsioni attendibili sui risultati che dovremo commentare.
Prima di prendere una decisione che può cambiare le aspettative di persone che non sono nate da genitori italiani ma che desiderano essere parte della nostra comunità, proviamo a rammentare quali sono i vantaggi di essere cittadini di un Paese ed anche quali sono i doveri che esserlo comporta.
Si è cittadini di uno Stato, nel nostro caso, per nascita, e lo siamo perché prima di noi lo sono stati i nostri genitori e prima di loro i nostri nonni e così camminando all’indietro la cittadinanza si è trasmessa di padre/madre in figlio/a perché lo Stato che riconosce il popolo che abita quel territorio, ha quella cultura, quella lingua, quelle tradizioni, in un certo senso lo privilegia e così facendo lo lega a sé. Non per sempre, talvolta la cittadinanza la si può perdere ma sono casi così rari che bisogna proprio essere persone spregevoli ed indegne per perderla.
Dalla Enciclopedia Treccani sulla cittadinanza: “La nozione di cittadinanza affonda le sue radici nel mondo antico. Nasce e si afferma con la polis greca, dove si era cittadini in quanto nati da genitori entrambi liberi e cittadini, e si esercitavano i diritti civili, di norma, appena raggiunti i 20 anni, ma a determinate condizioni (proprietà fondiaria, raggiungimento di un determinato censo minimo ecc.). Negli Stati federali (lega acarnana, achea, beotica, licia ecc.), i cittadini avevano una doppia c., federale e municipale. Ovunque lo status di cittadino era permanente: si perdeva solo per atimia o per esilio”.
Entrare a far parte di una comunità è il vero discrimine per aver lo status di cittadino. Siamo stati cittadini del Regno d’Italia ed ora lo siamo della Repubblica Italiana. La Costituzione italiana, in particolare l’articolo 22, sancisce che “nessuno può essere privato della cittadinanza per motivi politici”. E l’articolo 15 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma che “ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza e che nessuno può essere arbitrariamente privato della propria cittadinanza”.
La cittadinanza è un diritto fondamentale che conferisce a chi la possiede la possibilità di esercitare i propri diritti civili e politici.
L’atteggiamento prevalente degli Italiani non è tanto quello di negare la cittadinanza, quanto piuttosto di allungare il periodo per ottenerla : da 5 a 10 anni. Le ragioni sono molteplici e molte attengono ad un sentimento comune di cautela nei confronti dello straniero. Perché con la cittadinanza si possono fare molte cose che non ci piace condividere perché le consideriamo un privilegio (tra parentesi i sentimenti conservatori dell’identità nazionale) :
- la libertà di movimento in Europa e in molti altri Paesi (ed invece ci piacciono i confini, le dogane e i controlli di polizia alle frontiere);
- il diritto di voto e di accedere a cariche pubbliche (ed invece ci piace essere amministrati da quelli che riconosciamo come nostri simili e non da stranieri e non vogliamo che eleggano i loro rappresentanti),
- l’accesso al mercato del lavoro europeo (preferiamo forme di lavoro precario e sottopagato) ,
- la possibilità di accedere ai servizi sanitari e sociali (preferiamo essere curati prima noi e poi gli altri) ,
- la sicurezza legale a lungo termine (guai a parlare di diritti e tutela legale per gli stranieri, solo giustizia in termini di pena).
Tra i doveri , l’unico sul quale siamo disposti a cedere è quello del pagamento delle tasse quale contributo per il vivere civile, in un Paese, ahi noi!, dove il tasso di evasione fiscale è decisamente alto.
L’affermazione di diritti comporta, come abbiamo visto, il riconoscimento di doveri.
Pensiamo alla cittadinanza: è un diritto, così ne abbiamo parlato. Ma è anche un dovere che tutti dovrebbero ricordare. Quanti cittadini ricordano, considerano, questa affermazione?
Gli evasori fiscali, ad esempio, sono persone che “onorano” la cittadinanza? E i dipendenti pubblici in alcune situazioni la “onorano”? La risposta la lasciamo alla sensibilità di ciascuno.
In Parlamento si stanno preparando riforme al sistema fiscale, riforme di cui si parla da tempo e per le quali il Governo è stato delegato a redigere le nuove norme. La legge delega (legge 9 agosto 2023, n. 111) prevede per il Governo 24 mesi di tempo dal 29 agosto 2023, cioè fino all’agosto 2025, per produrre la revisione del sistema tributario che comunque poi dovrà essere analizzato e approvato dal Parlamento. E cosa c’entra questo con la cittadinanza? La risposta è implicita nella domanda che abbiamo così fatto due volte.
Se provate a cercare in Internet le norme fiscali che gli immigrati devono rispettare troverete che l’Agenzia delle Entrate ha prodotto dei veri e propri manuali per immigrati: ci sono versioni in albanese, in arabo, in romeno, serbo, croato e bosniaco, oltre a quella italiana. Non in francese o nelle lingue Bantu (in Italia la comunità congolese è la più numerosa tra le comunità di immigrati dall’Africa).
Gli stranieri che arrivano in Italia possono essere anche ricchi; ma quelli che arrivano mezzi morti su gommoni che non si capisce come stanno a galla? O camminando lungo le strade e i sentieri di Grecia, Albania e Serbia e su su, quelli sono tutti poveri e sono molti di più rispetto agli stranieri ricchi. E i ragazzini che arrivano senza genitori? Non sanno l’italiano. Non capiscono cosa c’è scritto sulle buste paga quando non lavorano in nero, e se si ammalano non hanno tutele.
E cosa c’entrano queste domande con il referendum sulla cittadinanza? E cosa c’entrano le tasse? E cosa c’entrano con gli altri quattro referendum? Abbiamo scritto che non siamo in grado di fare previsioni. Ci sono invece altre voci politiche che sono sicure che sulla cittadinanza il referendum, se si riuscirà ad ottenere il quorum cioè un numero di votanti sufficiente a proclamare in modo valido il risultato della votazione, sarà negativo (vinceranno i NO) e quindi gli stranieri rimarranno per 10 anni, in un Paese che li vuole mantenere in una sorta di limbo senza diritti e senza doveri. Sarebbe triste. Molto triste per tutti noi; una lezione di civiltà e di solidarietà che avremo mancato di applicare.


