La nostra Costituzione fissa due principi per indicare l’obbligo dei cittadini a partecipare alla vita del Paese, ma il termine “tasse” non lo usa mai.
Il primo principio è quello della partecipazione: art.53 “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità”.
Articolo fissa in realtà due principi: il primo è quello della obbligatorietà ovvero che siamo tenuti che è una forma elegante dello stile normativo adottato dal Costituente per non dire obbligati a… e il secondo è quello della proporzionalità della contribuzione ovvero secondo le capacità di ciascuno.
Al principio della obbligatorietà una soluzione per dire ma non dire, si è cercata di metterla già prima con la stesura con l’art.23 “nessuna prestazione patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge”. Un argine motivato da un sentimento di pessimismo dell’Assemblea costituente che avendo compreso che su base volontaria i cittadini giammai avrebbero pagato le tasse, ha messo l’obbligo dentro una legge, finendo così per far entrare dalla finestra il principio di imposizione alla contribuzione da parte di tutti che aveva scacciato dal portone. Bravi cittadini gli italiani ma poco propensi a partecipare di spontanea volontà e quindi meglio stringerli nelle maglie di una legge .
Negli ultimi 70 anni da che è in vigore la Costituzione, noi italiani siamo restii ad applicare questi due principi, perché lo eravamo anche prima quando le tasse le pagavamo al Regno e ancor prima ai vari principi e duchi, e anche ai Papi. Continuiamo ad avere un buon numero di evasori, cioè di chi ritiene di “non essere tenuto a..”, e la proporzionalità è lasciata all’arbitrio della politica fiscale del governo di turno.
La proporzionalità del tributo è da sempre la nota dolente del rapporto tra cittadini e governo. I governi hanno sempre cercato di favorire le classi economiche che hanno sostenuto la loro elezione, se si è trattato di un governo composto in massima parte da rappresentanti del Parlamento; quando sono arrivati nei governi i tecnici della società civile, il rapporto tasse/governo/elezioni è saltato a tutto svantaggio dei cittadini che si sono visti aumentare il contributo ed evaporare quel quieto vivere dato dal metodo di determinazione della quota di prelievo non alla fonte ma a risultato ottenuto. E la fiducia si è incrinata irrimediabilmente.
Infatti è la scelta del metodo di prelievo fiscale che determina e condiziona il principio della proporzionalità. Poiché se il prelievo è alla fonte, come lo è ora su tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati e i contributi sociali, le risorse di ciascuno diminuiscono in ragione dell’aumento della forbice del tasso di prelievo: maggiore è la forbice maggiore è il prelievo, ma non in valori assoluti perché la proporzione va “pesata” con il rapporto assoluto del valore alla fonte che è la base della proporzione. Un 5 % di prelievo “pesa” diversamente se si tratta di un reddito alto (dove praticamente è insignificante) o se si tratta di un reddito basso (dove invece erode una quota del risparmio possibile).
Ora anche il governo in carica si è dovuto confrontare con i due principi stabiliti dalla Costituzione. Le quote per il prelievo fiscale vanno da zero a oltre 43 milioni di euro per anno. Il governo in carica non ha fissato quote esenti dal prelievo fiscale applicando pedissequamente il principio della obbligatorietà poiché nessuno è esente dal contributo; tuttavia ha fissato un parametro percentuale di prelievo al 7% che va applicato a coloro che vanno da zero a 8.000 euro, venendo meno al principio di proporzionalità di cui all’art.53, poiché incide molto negativamente per un reddito di 8.000 euro annui corrispondente alle pensioni sociali al minimo erogate soprattutto per donne anziane e famiglie bisognose (il 7% alla fonte è grossomodo uguale alla tredicesima mensilità).
In questa linea di politica fiscale seguono tutti i parametri percentuali indicati per ciascuna delle 3 classi di gettito: 23%, 33% e 43 %.
Il metodo delle quote proporzionali non porta vantaggio neanche alle imprese, considerato che la maggioranza del 4 milioni e mezzo delle aziende sono a conduzione familiare, e anche se qui non vi è il prelievo alla fonte, ma sul fatturato annuale (resta sempre da regolamentare meglio il prelievo alla fonte sui beni e servizi dei mezzi dell’impresa cioè l’IVA), la proporzione non è equa. Infatti è la stessa dei cittadini (23%, 33% e 43%) ma colpisce le imprese più deboli nella produzione e le più diffuse nel tessuto economico del Paese; se le tasse da versare superano il reddito prodotto nell’anno gioco forza è chiudere l’attività.
Il nostro partito ha al centro del proprio ideale politico il perseguimento del principio della solidarietà non perché lo stesso resti nelle belle parole che di solito accompagnano i preamboli degli statuti dei partiti, ma perché vengano coniugati nella realtà della vita dei cittadini e costituiscano una riflessione per i governi in carico.
In questa legge di bilancio 2025, i due principi costituzionali trovano una applicazione distorta dal metodo utilizzato non tanto dalla politica fiscale che, come per tutti i governi che si sono succeduti, mira ad aumentare il gettito e a arginare l’evasione fiscale, quanto dalla mancanza di coraggio nell’avviare una serie è compiuta riflessione sulla ricerca di un metodo di definizione del contributo dei cittadini e delle imprese che sia rispettoso della proporzionalità e della obbligatorietà, discendendo da essa anche il rispetto della solidarietà.
Un Paese civile o che vuole ritenersi tale trova gli strumenti per far partecipare i cittadini alle spese di gestione dello Stato, senza coercizione e senza erodere il reddito giustamente prodotto, mettendo al centro del proprio pensiero di riforma fiscale la solidarietà di tutti verso tutti. È prima di tutto un cambio di mentalità e di approccio che di metodo, il quale segue sempre la scelta fatta; ecco perché parliamo di solidarietà perché ad essere solidali per davvero ci vuole coraggio e fermezza di intenti.La solidarietà non è dare, ma agire contro le ingiustizie. Henri Antonie Grouès 1912/2007.


