Passato il giorno dopo la chiusura delle urne, contati i voti e visto il risultato , questa tornata referendaria insegna qualcosa. La prima è la più semplice: agli Italiani non va più di essere interpellati per decisioni che riguardano la politica. Già vanno di controvoglia a votare per scegliere i rappresentanti che quella politica dovranno fare, figuriamoci a portarli alle urne per indicare alla politica quello che deve fare.
Abbiamo visto il fenomeno dell’astensione alle urne crescere ad ogni tornata elettorale negli ultimi dieci anni ed abbiamo interpretato questo fatto con la mancanza di attrattiva delle proposta politica. Questo è uno degli elementi ma non l’unico. Dietro c’è la disaffezione per l’esercizio della democrazia diretta, quella che esercitiamo per l’appunto come dice la Costituzione con l’esercizio del voto. Ed è il secondo punto dell’insegnamento della tornata dell’ultimo referendum.
Quella Repubblica partecipata che è stata il modello costituzionale del 1946 , con le consultazioni popolari referendarie per decidere quali leggi tenere nell’Ordinamento e quali riformare, adesso trovano cittadini non partecipativi (perché un minimo di partecipazione esiste ancora) anzi di più non partecipanti nella loro maggioranza.
Lo strumento referendario, per i cittadini di questo tempo, non è utilizzabile, e quindi la politica faccia il suo mestiere e risolva i problemi dei suoi cittadini. E qui si pone di tutta evidenza per le organizzazioni politiche il problema della ricerca del consenso con il voto e il mantenimento della linea politica una volta al potere, perché diventa sempre più difficile riportare i cittadini al voto dopo breve tempo.
Il mantenimento dello status quo è la condizione principale per la conservazione del potere mentre presenta qualche complessità per la gestione dei cittadini i quali manifestano opinioni diverse nel corso del tempo, condizionati dal soddisfacimento o meno delle aspettative elettorali.
Nel caso degli italiani, la spaccatura tra politica e consenso (conquista e mantenimento) si è manifestato nel momento stesso della scomparsa dei partiti politici e la comparsa delle liste civiche, poiché quest’ultime sono aggregazioni temporanee di cittadini il cui scopo si esaurisce nel momento stesso del raggiungimento del risultato elettorale (sindaco, consigliere) a qualsiasi livello si presentino. Non avendo necessità del mantenimento del potere, per i loro sostenitori raggiunto il risultato l’obbligo di “fedeltà” esaurisce la sua spinta. Il modello, all’inizio non compresa la sua portata, ha determinato il diffuso sentire che la funzione votare si esaurisse nell’occasione della consultazione e poi si potesse comodamente tornare a “curare i propri affari”.
Abbiamo chiamato disaffezione alle urne quella che è invece il disinteresse allo svolgimento della funzione civile/civica del cittadino, che è quella di seguire che fine fa il suo voto, o interessarsi ai temi politici della gestione del suo Paese.


