Questo di Alessandro Manfridi è un testo che si discosta in modo netto dal raccontare la realtà per commentarla. Abbiamo deciso di proporre il suo racconto perché trasmette alcuni valori in cui ci ritroviamo. La redazione.
Qualche tempo fa mi sono trovato in un campo sportivo a seguire la partita di due squadre giovanili.
Lì ho incontrato un mio amico allenatore che dopo la partita mi ha raccontato questa sua vicissitudine.
“Caro Alessandro, vorrei chiederti un consiglio. Tra i ragazzi che alleno ce n’è uno particolarmente prepotente; probabilmente anche viziato dalla circostanza di provenire da una famiglia il cui padre è un ricco industriale.
Questo ragazzo ne aveva preso di mira un altro, attuando dei comportamenti di bullismo.
A poco erano valse delle ammonizioni disciplinari attuate da me e dal mio staff.
Il secondo ragazzo continuava a subire le vessazioni del primo.
Così ho parlato a quattr’occhi con la vittima e ho fatto questo discorso: “Non devi cedere alle violenze del tuo compagno né scendere a compromessi con lui. Con chi è prepotente non ci può essere alcun dialogo o compromesso. Resisti, senza temere. Io e i miei collaboratori siamo dalla tua parte”.
Un giorno i due ragazzi sono venuti alle mani ed essendo il primo più grande e grosso ha avuto la meglio.
A questo punto ho insistito con il secondo: “Fai capire chiaramente al tuo aggressore che tutto lo staff è dalla tua parte e che se continuerà nel suo comportamento gli verranno comminate delle sanzioni che lo ridurranno alla fame!”
Il giorno dopo il ragazzo mi ha chiesto aiuto: “Coach, sono stato minacciato con un coltello a serramanico fuori della del campo di gioco! Cosa devo fare?”
Io non ci ho pensato due volte: mi sono procurato un altro coltello a serramanico e l’ho fornito almio protetto. Gli ho detto: “Dì al tuo aggressore: vuoi la forza? Vediamo chi di noi si fa più male!”
Il giorno seguente il ragazzo mi ha riferito: “Coach, dei delinquenti hanno gambizzato mio padre, sono certo siano stati assoldati dal mio compagno!”
Io allora mi sono recato in un’armeria e ho comprato una pistola glock. L’ho messa in mano a colui che volevo proteggere e gli ho detto: “Vedrai che il tuo compagno dovrà tornare sui suoi passi, una volta che sei ben armato con un’arma da fuoco!”
Dopo qualche giorno lo stesso è tornato da me disperato: “Coach il mio compagno ha mandato a casa mia i suoi sgherri. Questi si sono impossessati del soggiorno e della mia camera da letto e hanno detto che da qui non si muovono più, neanche a cannonate!”
Allora ho convocato d’urgenza lo staff per concordare quali sanzioni ancora dovessimo comminare verso il ragazzo violento e la sua famiglia. I colleghi però mi hanno riferito: “Come si fa a mettersi contro questa famiglia? Il padre ha un’azienda di energia che ha l’esclusiva nella nostra regione, la fornitura di gas serve tutti i nostri appartamenti e anche la sede della nostra società sportiva. Come facciamo a metterci contro di lui?
Fortunatamente ha risolto tutto il presidente che ci ha riferito che seppur qualcuno aveva sabotato le forniture di gas, facendo saltare il condotto, non dovevamo disperarci: “Compreremo il GAS GPL da un altro fornitore. Costerà il triplo, ma è un sacrificio necessario, perché non possiamo darla vinta alla famiglia di questo atleta prepotente”.
Ecco gli ultimi sviluppi della vicenda.
Il ragazzo mi ha chiesto un ulteriore aiuto: “Coach il mio compagno ha sabotato anche la villa in campagna in cui ci siamo rifugiati io e la mia famiglia. Lui ha comprato dei droni armati ed è venuto a sganciare degli ordigni su di noi”.
Così ho riunito nuovamente lo staff e il presidente della società ha pilotato le scelte verso l’acquisto di un moderno General Atomics MQ-9 Reaper (10,5 milioni di dollari), un drone da combattimento di ultima generazione, perché la famiglia del giocatore offeso potesse rispondere a quella del bullo.
Quando sono tornato a casa, la mia compagna, con la quale vivo mi ha detto: “Caro, siamo a metà mese e già la carta di credito non funziona più. Abbiamo tre figli piccoli e le spese sono tante per libri, sanità, sport e altro”.
Le ho risposto: “Cara mia, dobbiamo avere pazienza. In questi mesi dobbiamo rinunciare alle spese mediche, a quelle delle bollette per il riscaldamento anche se siamo in inverno; mangeremo pasta,patate, zucchine tutti i giorni, non possiamo permetterci di acquistare pesce o carne od altro. I nostri figli non moriranno certo di fame…”.
Mi ha risposto: “Possibile che con uno stipendio dignitoso da allenatore che porti a casa non riusciamo più ad arrivare a fine mese? O meglio, non arriviamo neanche a metà mese!”
Le ho detto: “Questi sacrifici economici sono moralmente necessari. Purtroppo non solo la nostra famiglia ma anche le altre famiglie dei colleghi della società sportiva sono ridotte alla stessa maniera. Bisogna rinunciare alle spese superflue: tagliare sulla sanità, sull’alimentazione, sulla scuola, sui servizi, sullo stato sociale. Sono necessari i soldi per comprare le armi, perché non la si può dar vinta a un bullo nei confronti di una vittima innocente. È una questione morale e pedagogica. Dobbiamo tutti quanti fare sacrifici per questo alto principio”.
Voglio dirti anche che in un’altra squadra un anno dopo è successa una tragedia.
Durante un rave party dei terroristi hanno ucciso la sorella di un nostro atleta ed hanno rapito un’altra sua sorella.
Il ragazzo ha reagito a questa violenza: ha fabbricato dell’esplosivo e ha fatto saltare in aria le case dei parenti di questi aguzzini, uccidendo a varie riprese oltre 40 persone (di cui 13 bambini) con azioni mirate nell’arco di quasi due stagioni sportive successive al rapimento.
Il ragazzo è arrivato a radere al suolo il campo di ulivi che forniva sussistenza a queste famiglie e le ha costrette sotto la minaccia delle armi che gli sono state fornite dalla sua famiglia a rimanere rintanate tra le macerie delle loro abitazioni, senza acqua potabile, luce elettrica e cibo, al punto che queste persone devono decidere se morire di fame o rischiare di essere uccise sotto il tiro delle armi da fuoco.
In questo secondo caso però il presidente della società e tutto lo staff si sono posti dalla parte del ragazzo, perché per primo ha subito un enorme ingiustizia e ancora oggi non è stata liberata sua sorella.
Inoltre, durante questi due anni, altri tre atleti sono andati controcorrente, cercando di opporsi all’azione del ragazzo; per tutta risposta questi ha operato la stessa condotta verso le famiglie di tre, sempre utilizzando le armi da fuoco a sua disposizione.
Anche in questo caso la società sportiva non ha ritenuto di porre in essere alcuna azione disciplinare nei confronti del ragazzo.
Dopo aver ascoltato le confidenze dell’amico Coach, ho chiesto di rivelarmi i nomi, magari potevo conoscerli…ma lui mi ha risposto: “Perdonami ma mi limito solo ad informarti sulla loro nazionalità: Federazione Russa, Ucraina, Israele e Palestina; mentre gli ultimi tre ragazzi sono un siriano, un libanese e un iraniano” .
Dopo avermi raccontato questa sua dolorosa esperienza mi ha confidato che come Coach e come educatore, qualcuno gli dice che ha sbagliato, che avrebbe dovuto disarmare i ragazzi, una volta registrati i loro comportamenti violenti.
Lui invece, nel nome della giustizia, ha ritenuto di armare colui che era la vittima.
Gli è sembrato più che legittimo, per la “mission” di un educatore ed un coach, “stare sempre dalla parte dei più deboli”.
Dunque, se ha armato il secondo ragazzo, l’ha fatto esclusivamente per consentirgli di difendersi.
A lui sembra che nessuno possa controbattere questa sua affermazione.
Con voce affranta mi ha poi confidato che dopo quattro stagioni annuali sportive tutti questi ragazzi non si sono ancora messi d’accordo per cessare le ostilità.
Tutt’altro, pare che questa spirale di violenza non veda alcun termine.
Dunque, chiedo: qualcuno tra coloro che hanno letto questa storia ha qualche consiglio da dare ad un educatore come il mio amico Coach per risolvere la situazione?
_______________________
Dopo avervi tediato con il racconto di questo ipotetico amico in crisi ormai da quattro anni, vi propongo una domanda (retorica).
Come stupirsi se le cronache di questi ultimi anni ci raccontano una escalation preoccupante della violenza fra i minorenni italiani, al punto che gli stessi sono in uso nel girare armati e nell’arrivare ad uccidere coetanei od adulti per futili motivi?
Come comunità educante siamo forse innocenti, visto che la geopolitica di casa nostra oggi propone tranquillamente l’uso delle armi come unica strada per affrontare i vari conflitti?
E visto che a tutti noi viene proposto dai media come normale tutto quello che continua ad accadere in Ucraina, Gaza, Sudan, Myanmar, Yemen, ecc…? Normale nel senso che le guerre ci sono sempre state e sempre ci saranno e l’unico modo per affrontarle è quello di armarsi sempre più. Salvo poi domandarsi come mai ci sono conflitti che durano da anni e da decenni senza soluzione e con effetti disastrosi per le popolazioni.
Chiudo questo articolo condividendovi uno stralcio del discorso di Giovanni Paolo II ai giovani di tutto il mondo, convenuti a Roma per il Giubileo dei Giovani durante la veglia a Tor Vergata il 19 agosto del 2000.
Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.
Dopo venticinque anni noi, i “giovani” di allora, che raccogliemmo questo accorato appello, registriamo una reale “Terza guerra mondiale a pezzi” e constatiamo che dopo la speranza di un mondo più unito vissuta durante la pandemia in lockdown l’umanità si dimostra sempre più violenta e distruttrice del pianeta Terra.
Ci auguriamo che la speranza narrata da questo Giubileo possa tradursi in passi concreti per risoluzioni pacifiche di ogni conflitto armato.
P.S. Nomi, personaggi, luoghi ed eventi narrati sono frutto della fantasia dell’autore.



Il lavoro a favore delle vittime richiede una grande sensibilità, empatia e un impegno costante.
Ecco alcuni consigli utili per chi opera in questo campo:
1. Ascolto attivo: Dare priorità all’ascolto delle vittime è cruciale. Mostrare comprensione e apertura alle loro esperienze può aiutare a costruire un rapporto di fiducia.
2. Formazione continua: È importante aggiornarsi costantemente sugli aspetti legali, psicologici e sociali legati alle vittime, per fornire un supporto adeguato e informato.
3. Collaborazione: Lavorare in rete con altre organizzazioni, professionisti e comunità locali può amplificare l’impatto del supporto offerto e garantire un approccio integrato.
4. Autonomia delle vittime: Facilitare la capacità delle vittime di prendere decisioni autonome è fondamentale per il loro empowerment. È importante rispettare le loro scelte e dare loro spazio per esprimere i propri bisogni.
5. Auto-cura: Chi opera in questo campo deve prestare attenzione al proprio benessere e alla propria salute mentale. È essenziale porre in atto pratiche di auto-cura per evitare il burn-out.
6. Sensibilizzazione e advocacy: Promuovere campagne di sensibilizzazione aiuta a educare il pubblico sulle problematiche legate alle vittime e a sostenere le giuste politiche a livello comunitario e governativo.
7. Focus sulla resilienza: Sostenere le vittime non solo nel superare il trauma, ma anche nella scoperta di risorse interne e capacità di resilienza può aiutare nel loro percorso di guarigione.
8. Rispetto della privacy: È essenziale rispettare e tutelare la riservatezza delle informazioni delle vittime, per garantirne sicurezza e dignità.
Incorporando questi principi, chi lavora per il bene delle vittime può fare una differenza significativa nelle loro vite e contribuire a società più giuste e solidali.