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giovedì, Aprile 30, 2026

Dazi e aree interne: problemi o opportunità?

“Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale” (Papa Francesco, Laudato Si’ 206)

A volte, di fronte a decisioni drastiche dei leader mondiali, all’impotenza degli organismi internazionali, ai compromessi quotidiani della politica, noi cittadini comuni ci sentiamo umiliati, trascurati, inascoltati. Eppure… Papa Francesco ci ha esortato ad agire, perché il comportamento di dieci, mille, centomila consumatori può esercitare una sana pressione su chi vuole solo aumentare profitti, potere e consenso. Alcune recenti decisioni, che sembrano aver inciso negativamente sulla nostra “comfort zone” di pacifici consumatori, possono aprire la porta ad impreviste possibilità, spingerci a modificare i nostri consumi e le nostre scelte di vita in modo più consapevole, orientare le grandi scelte della politica verso nuovi modelli di sviluppo.

CHE SUCCEDE CON L’AUMENTO DEI DAZI?

Immaginiamo che i dazi possano essere espressi in chilometri: più è alto un dazio, più il luogo di produzione si allontanerebbe da quello del consumo. È evidente che comprare in Italia una cosa prodotta negli USA, costerà di più come è anche vero che per vendere negli USA una cosa prodotta in Italia sarà necessario praticare al pubblico un prezzo più alto o ridurre i margini di guadagno. 

Ma tutto questo è sempre e comunque un danno per noi, per l’Umanità, per il Pianeta? Dipende. Dipende da che? Provo a spiegarmi meglio.

1.     Consideriamo un prodotto utile ma non strettamente necessario.

L’aumento dei dazi potrebbe orientarci a ridurne il consumo, costringendoci ad un’analisi critica dei nostri acquisti e dei nostri sprechi. Poi, col tempo, potremmo accorgerci che di quel prodotto, divenuto più costoso, potremmo facilmente farne a meno e smettere di comprarlo. In alternativa potremmo sostituire l’articolo “daziato” con uno analogo, prodotto in sede locale, targato UE o Made in Italy o, meglio ancora, da una piccola impresa locale a km 0 (o quasi). Solo per fare un esempio, mi sono accorto, quasi per caso, che Amazon sta segnalando con un avviso gli articoli che vengono prodotti in Italia (per la maggior parte del valore) e che sono prodotti da piccole imprese. Una bella iniziativa perché, più informazioni abbiamo a disposizione al momento dell’acquisto, più consapevolmente possiamo scegliere tra prodotti equivalenti o comunque simili. Ho cominciato ad acquistare prodotti made in Italy da piccole imprese e sono rimasto sorpreso come in alcuni settori (ad es. gli integratori alimentari) ci sono alcune piccole aziende che forniscono prodotti ben fatti, documentati e confezionati, insomma niente da invidiare alle grandi marche, ma costano meno e sono prodotti a Km 250 invece che a Km 5.000 da casa mia. Il mio comportamento di consumatore è cambiato. I dazi possono indurci dunque ad analizzare con più consapevolezza i nostri consumi, acquistare prodotti locali e ridurre sprechi, favorendo così la ripresa e lo sviluppo di piccole imprese locali.

2.     Consideriamo invece un prodotto necessario ed insostituibile (ad es. un farmaco). Il dazio potrebbe stimolare le nostre industrie nazionali o comunitarie ad affrontare le spese per ricerca di prodotti alternativi, oppure ad acquistare il solo brevetto ed organizzare la produzione in locale. Potrebbero nascere cooperazioni importanti tra le aziende europee, sperando che i nazionalismi diventino “intelligenti” e non ci riportino indietro di mille anni, al tempo dei comuni (Italia contro Francia, Venezia contro Pisa, Assisi contro Perugia ecc.). 

La storia della Vita ci indica che la strada vincente è una sola, fatta di aggregazione e cooperazione: chi preferisce staccarsi ed andare da solo, magari all’ombra di un unico, potente alleato, rischia di ritrovarsi in breve schiavo e colonizzato oppure, nel migliore dei casi, entrerà in un cammino di decrescita e marginalizzazione.

È evidente che quanto detto potrebbe essere applicato anche in senso contrario, per quanto riguarda le nostre esportazioni. In questo caso è necessaria una considerazione generale: se il nostro prodotto ha qualità e prerogative che lo rendono insostituibile il danno sarà modesto. Se invece il prodotto è più ordinario, allora forse potrà essere delocalizzata la produzione. In ogni caso meno trasporti e meno inquinamento per il pianeta.

AREE INTERNE: COSA SONO E A COSA POSSONO SERVIRE?

Le aree interne sono zone del territorio nazionale caratterizzate da una grande distanza dai servizi essenziali (farmacie, presidi sanitari, scuole) e dalla lontananza dai centri più organizzati e popolati. Ciò sta provocando un progressivo spopolamento ed un conseguente abbandono dell’erogazione dei servizi da parte delle pubbliche amministrazioni. Terre interne vuol dire terre incolte, terre abbandonate. Anche queste terre sembrano essere un problema da risolvere, una difficoltà da superare, ma, forse, possono anche essere un’opportunità.

Oltre 2.000 comuni e circa 200 borghi, pur essendo spesso ricchi di risorse ambientali e culturali, non riescono a creare iniziative di attrazione sia per le scarse risorse economiche disponibili, sia per la debolezza delle professionalità a disposizione degli enti locali per la progettazione, sia per la lungaggine dei processi burocratici.

Eppure, l’alto costo delle abitazioni nelle grandi città creerebbe una spinta centrifuga. Le possibilità di smartworking creano nuove opportunità di lavoro qualificato esercitabile anche in remoto. Quante giovani coppie, magari assieme ad amici e parenti valuterebbero positivamente una possibilità di trasferimento? Come riattivare un borgo abbandonato o un paese che sta morendo? 

Oggi le opzioni sono moltissime, dagli alberghi diffusi ai Business Center per lo smartworking, da sedi per le Start Up a Centri Studio di alta formazione che d’estate possono trasformarsi in centri sportivi, senza dimenticare imprese più tradizionali, agricoltura e artigianato, rivitalizzati dall’uso delle moderne tecnologie. 

Immaginate 50-100 famiglie con bambini che optano per uno stile di vita più naturale, più comunitario, più umano, ma al contempo altamente tecnologico. Un po’ come coloni che sbarcano su Marte (il Pianeta Terra è molto più bello e variegato). Cosa manca per realizzare questo progetto? 

–              Un progetto dettagliato e credibile

–              Servizi: acqua, energia, rete di telecomunicazioni

–              Riqualificazione della viabilità ed altri servizi pubblici essenziali

–              Una piccola dote per i pionieri da investire sul recupero dei ruderi abbandonati 

–              Un sistema di promozione dell’iniziativa efficace, attraente

–              Un sistema di accesso all’iniziativa semplice, veloce, sburocratizzato.

Se credete che sia impossibile, andate a visitare alcuni di questi Borghi che hanno già fatto questo percorso di rivitalizzazione (Es. S. Stefano di Sessanio in Abruzzo, Bussana Vecchia in Liguria, Campolo e Montovolo in Emilia…).

Vorrei concludere invitando tutti a seguire percorsi innovativi perché: “La follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso” (Einstein). Forse, è arrivato veramente il tempo di cambiare!

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