Quando ci si avvicina alla fine dell’anno il Governo, ogni Governo in carica, è impegnato a completare le previsioni che dovranno guidare la propria azione nell’anno successivo. Previsioni che vanno a configurare il programma economico del Governo stesso, portandolo ad individuare settore per settore un programma di spese necessarie che devono essere coperte dalle entrate costituite dall’insieme delle tasse. Le previsioni devono fare i conti con la realtà internazionale, non solo con quella nazionale. I Governi europei devono fare i conti con la realtà del nostro continente organizzato nella Unione Europea.
Se guardiamo alla realtà internazionale, in cui siamo inseriti come Paese, la nostra visione è condizionata dalla presenza di guerre che, seppur non coinvolgendo i Paesi dell’Unione europea direttamente nel conflitto (non siamo in guerra contro la Russia, né contro qualsiasi altro Stato) costituiscono una pesante realtà con cui tutti dobbiamo fare i conti. La politica economica dell’Unione viene pesantemente condizionata dalla realtà e si definisce un piano di riarmo dei Paesi europei a coppie per cercare di mettere una pezza ad un sistema che risente in modo grave del non completamento istituzionale dell’Unione Europea, primi fra tutti quello di non aver una politica estera comune e una politica di sicurezza militare comune.
Un piano di riarmo che mobilita una cifra astronomica (750 miliardi di euro) distraendo, di fatto, i vari Paesi dalle prospettive di crescita collegate alle politiche ambientali.
Ed è qui che non possiamo non pensare al valore della LIBERTÀ.
Come è possibile coniugare tale valore alle procedure di riarmo ? Le armi, la loro gestione organizzata negli eserciti, andando ai livelli di riarmo previsti come reazione alla guerra Russia-Ucraina, ma in un’ottica più generale al futuro, non sono certo una tutela al valore della libertà. Ovviamente il processo annunciato e avviato viene presentato come una garanzia indispensabile alla difesa degli standard politici che si sono sviluppati in Europa a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso. E che obiettivamente dovremmo considerare sorpassati e non ancora attuali.
Ma non possiamo non sottolineare che la crescita degli armamenti richiede un irrigidimento delle strutture politiche dei vari Paesi, a garanzia, si dice, della sicurezza delle popolazioni europee.
Tuttavia, Io penso che tale impostazione sia un pericolo che bisognerebbe evitare attraverso il rafforzamento delle strutture democratiche europee e finalmente con la promulgazione di una Costituzione dell’Europa; altro che armi!
E come affermare solidarietà nei confronti di coloro che sono stati aggrediti e che combattono ogni giorno per difendersi da coloro che prima quasi compatrioti (l’Ucraina era una realtà all’interno della Unione Sovietica) condividevano con loro i destini politici della vecchia URSS? Ogni soluzione sembra presentare difficoltà difficilmente sormontabili.
Infatti, le guerre mettono a dura prova l’idea che la solidarietà possa essere l’atteggiamento base con cui costruire le diverse realtà sociali ed economiche. Quale solidarietà con chi spara per uccidere? Nessuna. Ma quali conseguenze? Pesanti. Tanto pesanti da spingere verso un’altra idea difficile da praticare, soprattutto se si parla di guerre combattute per più anni e con centinaia di migliaia di morti. Ma qual è l’ idea che spinge alla pace?
Perdonare.
Questa è una parola pesante e difficile che possiamo dire noi che siamo qui a guardare ma che non siamo coinvolti direttamente (forse). Ma per coloro che stanno vivendo le guerre (ce ne sono parecchie in questo momento nel Mondo, non solo Russia-Ucraina o Israele-Palestina), perdonare è un esercizio difficile. Ma è la sola cosa positiva che si può compiere per tentare un ripristino di una pace duratura, ma bisogna arrivarci e questa è comunque una sfida che richiede non la decisione di un solo protagonista ma di tutti i protagonisti del conflitto insieme.
Difficile ma non impossibile come sta dimostrando l’esperienza di Israelis and Palestinians of the Parents Circle – Families Forum (PCFF) associazione nata a fronte del dolore di famiglie israeliane e poi di famiglie palestinesi che avevano scoperto reciprocamente il dolore per la perdita di un proprio figlio ucciso dalla guerra israelo-palestinese, qualche anno fa. Oggi sono alcune centinaia di famiglie israeliane e palestinesi (ora più di 800) che si guardano e comprendono condividendo un dolore enorme che ha segnato la vita di tutti loro. Personalmente sono convinto che quella è la sola strada che possono seguire per risolvere il problema. Due stati? Quattro guerre e due Intifade e una serie infinita di soprusi compiuti da “coloni” israeliani nei confronti di palestinesi poveri (Cisgiordania) dove il nome dell’area dovrebbe ricordare a tutti la storia della regione, cioè le terre al di qua del Giordano (quelle al di là sono il Regno di Giordania).
Ora stanno emergendo posizioni contro l’Europa, o meglio contro l’Unione Europea ed è facile imbattersi in articoli di stampa nazionale che danno conto di quanto scritto dai “trumpiani” piuttosto che dai “putiniani”: è ora di svegliarsi sapendo che la strada sarà non breve.
Tuttavia bisogna avere l’umiltà di ripartire dai popoli, dalle amministrazioni locali, cercando un continuo miglioramento delle condizioni sociali alla ricerca di una condivisione non solo locale ma internazionale, innanzitutto europea, ma non solo. Per esempio la scuola è un contesto difficile (non a causa dei giovani, ma talora per la inadeguatezza dei decisori) ma essenziale che si può potenziare proprio attraverso la ricerca di contatti internazionali per costruire esperienze condivise preziose per i giovani, e non solo. Costruire una nuova Europa partendo dalla solidarietà tra i popoli può essere un programma ambizioso ma doveroso nei confronti di tutti.


