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giovedì, Aprile 16, 2026

Parliamo di economia

ECONOMIA CIRCOLARE: ECONOMIA DELLA SOLIDARIETA
Il modello economico che conosciamo bene è quello capitalistico, secondo il quale il profitto è l’obiettivo primario di ogni attività. La finanza speculativa che governa il mondo, eccezione fatta per i Paesi ad economia comunista (Cina, Cuba, Laos, Vietnam e la Corea del Nord), viene soddisfatta solo da una continua e progressiva crescita del profitto.
Il mercato finanziario acquista, vende e ricompra, premiando le aziende che crescono ed aumentano il loro profitto in termini di prodotti/servizi venduti riducendo i costi di produzione. Pressati da questa spinta, manager e imprenditori sono alla continua ricerca di bilanci più positivi, spesso rinunciando ad operazioni di consolidamento delle imprese e ad investimenti coraggiosi nella ricerca di prodotti/servizi innovativi, o anche solo di innovazione dei mezzi di produzione.
Questo modello, dunque, esige però il costante aumento dei ricavi e la continua crescita dei consumi da un lato e la simultanea riduzione dei costi dall’altro. Di qui il ricorso a subappalti a piccole imprese con personale non addestrato e malpagato ed il mancato rispetto delle norme di sicurezza con il conseguente moltiplicarsi degli infortuni sul lavoro, proprio per l’esigenza di contenere i costi dei mezzi di produzione.
In questo modello diventa socialmente rilevante chi produce ricchezza e chi consuma di più. Un modello che rende i ricchi più ricchi ed i poveri sempre più poveri e numerosi, dove il denaro si fa con il denaro e non con il lavoro.
È la cultura dell’usa e getta, la cultura dello scarto, la cultura dell’individualismo e della competizione esasperata. Le risorse della Terra vengono prelevate senza discrezione, consumate e trasformate in masse di rifiuti da bruciare o disperdere nell’ambiente con gravi conseguenze per l’equilibrio del pianeta. Il processo di riutilizzo delle risorse primarie è ben lontano dall’avvio di una corretta politica economica e quello delle risorse secondarie (prodotti finiti) interessa purtroppo solo una quota ancora non rilevante della produzione nazionale.
Esiste una via di uscita? Si esiste, ma si tratta di una rivoluzione copernicana dell’economia: mettere al centro di ogni attività la persona, la famiglia, la comunità, la vita. Come d’altronde è il significato stesso della parola economia: ciò che concerne la casa – e-koinos-koiné.
Non entriamo quindi più nella logica degli scarti e dell’usa e getta, impariamo a conservare, riparare, riutilizzare, scambiare, riciclare.
Impariamo ad alimentare questa economia definita circolare perché, attraverso la raccolta differenziata, trasforma i rifiuti in materia prima, senza dover continuare a produrre depredando le risorse della natura (le risorse primarie).
Non trasformiamo gli esseri umani in spazzatura; non scartiamo gli anziani perché improduttivi. Gli anziani possono darci ancora tanto, le loro storie, la loro esperienza non possono essere sostituite dai motori di ricerca e dall’intelligenza artificiale e dalle loro base dati, che per quanto grandi non posso certo sostituire il bagaglio delle esperienze che ciascuno di noi accumula durante tutta una vita, o solo il percepire gli stati d’animo che accompagnano quelle vite .
Riscopriamo la ricchezza dello stare insieme, la cura del bene comune, la condivisione, la fraternità, l’amicizia, la solidarietà, l’ascolto, lo scambio di esperienze e di emozioni, guardandosi negli occhi, ovvero la nostra stessa collettività. La famiglia è il primo, essenziale e più importante social network. La parola pronunciata ed ascoltata è il primo essenziale metodo di comunicazione senza fili (WiFi). Non desideriamo essere ricchi, vogliamo piuttosto vivere felici e fare felici le persone intorno a noi.

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