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domenica, Dicembre 7, 2025

Riforme e referendum

La storia di questa nostra repubblica, dico nostra in quanto italiano tra gli italiani, è costellata da leggi approvate dal Parlamento e referendum richiesti per annullare le decisioni  prese dal Parlamento. Se si facesse la storia dei vari referendum  che hanno ottenuto il quorum per essere votati a cui gli italiani sono stati chiamati ad esprimere la propria volontà,  vedremmo che in pochi casi questi sono andati a buon fine, secondo le intenzioni di coloro che si erano dati da fare per ottenerli. In qualche caso persino si potrebbe osservare che la volontà popolare espressa non ha portato al rispetto della stessa (qualcuno si ricorda per esempio del referendum  sull’acqua potabile?).

Oppure la stessa volontà popolare affermatasi,  ha portato oggi, ma in modo non esclusivo,  a situazioni problematiche paradossali leggi in particolare il calo delle nascite che porterà inevitabilmente ad abbassare il quorum di validità ora fissato a 500 mila firme di cittadini maggiorenni.

Il Parlamento ha approvato recentemente una legge sulla autonomia differenziata delle Regioni. Pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 26 giugno 2024 con il n.86 era stata proposta, e studiata, e sostenuta fermamente dal rappresentante leghista Calderoli. La Lega (Nord) da sempre porta avanti l’idea della necessità della autonomia delle regioni. In particolare nella gestione di molti settori della vita pubblica. Richiedono l’autonomia nella gestione dei fondi necessari alle funzionalità definite come oggetto dell’attività delle regioni, al posto del governo centrale. 

La legge Calderoli è stata approvata e subito sono partite iniziative per la messa in campo di un referendum per la sua cancellazione. In poco tempo, anche grazie all’istituzione recente di uno strumento informatico intestato al Ministero della Giustizia, sono state raccolte 537.890 firme di sostenitori della richiesta di referendum sulla legge n.86. Il referendum quindi si farà. 

Un timore diffuso è che la legge approvata dal Parlamento una volta in funzione potrebbe avvantaggiare in modo marcato le regioni del nord e svantaggiare pesantemente quelle del sud. Il referendum sulla autonomia differenziata è strettamente collegato con il welfare regionale costituito dai LEP (Livelli Essenziali nelle Prestazioni) che lo Stato deve garantire in tutto il territorio nazionale: il timore è che nella realtà si accentui il non funzionamento degli stessi. Questo dei LEP è un tema essenziale ed è dalla definizione di questi che può derivare l’attuazione della legge 86 del 26 giugno 24. Il prof. Sabino Cassese, eminente costituzionalista,  è più volte intervenuto su questo tema. Giovedì 26 settembre 2024 i promotori del referendum hanno presentato in Cassazione 1.300.000 firme. Alla consegna erano presenti i leader dei partiti di opposizione al governo di destra, orgogliosi di aver potuto presentare 400.000 e più firme apposte fisicamente sui moduli compilati per la raccolta fisica delle firme che si sono collegate alle firme apposte telematicamente. Il presidente del comitato per la raccolta delle firme Giovanni Maria Flick (presidente emerito della Corte Costituzionale ed ex ministro della Giustizia) ha espresso l’incertezza pressoché totale sui costi dell’applicazione della legge n.86 come uno degli argomenti a favore della indizione del referendum che deve passare al vaglio della Corte Costituzionale. Per altro Giovanni Maria Flick ha evitato di prendere specifiche posizioni per rispetto della Corte che dovrà decidere sulla fattibilità del referendum richiesto. La Corte Costituzionale si deve pronunciare anche sui ricorsi presentati da alcune regioni: Puglia e Toscana, Sardegna e Campania. Ma vi sono altri motivi che depongono a favore dell’annullamento della legge sull’autonomia differenziata. Il processo di messa in pista dei LEP è tutt’altro che in atto su tutto il territorio nazionale e là dove si sta iniziando a definirli lo si sta facendo in modo non omogeneo nei territori che costituiscono lo Stato italiano. Anche nelle regioni come Veneto, Lombardia e Piemonte le attività di definizione dei livelli essenziali nelle prestazioni sono di fatto appena disegnati e non possono essere affatto considerati risolti. Sono le regioni più densamente abitate e paradossalmente anche quelle dove si registrano i più alti tassi di migrazione sanitaria (interventi extra regione di appartenenza). I problemi sembrano essere ben più estesi delle soluzioni. La richiesta di regionalizzare totalmente ambiti come la scuola o la sanità o i rapporti con l’Europa non pensiamo sia praticabile per il bene comune di tutti.

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