Come partito Solidarietà, Libertà, Giustizia e Pace ci siamo espressi sul referendum relativo alla Giustizia per il NO motivandolo con considerazioni di metodo nel dibattito parlamentare che di fatto è stato insufficiente.
Il Parlamento, Camera e Senato, ha un compito politico nella formazione delle leggi che negli ultimi anni è stato via via eroso diventando progressivamente soltanto il luogo in cui si approvano decisioni del Governo che in precedenza aveva affrontato la questione all’ordine del giorno emettendo un decreto legge.
Nel caso del referendum appena svoltosi questo è stato solo per confermare un insieme di decisioni prese dal Governo e non supportate da una maggioranza parlamentare abbastanza ampia, prevista dalla Costituzione nei casi in cui l’oggetto delle decisioni è costituito da articoli della Costituzione, sia per abrogare, sia per aggiungere o per modificare.
All’inizio della campagna referendaria sembrava che il SI fosse in vantaggio rispetto al NO, poi, a poco a poco, le parti sono sembrate invertirsi, una maggioranza degli elettori per il NO e una minoranza per il SI. Ed è a quel punto che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha modificato il proprio atteggiamento ufficiale impegnandosi in operazioni dirette di propaganda a sostegno del SI.
Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti: resta ancora alto il numero di cittadini che non si è recato alle urne a votare con percentuali diverse da regione a regione, ma un numero più grande di quelli che di solito votano è andato alle urne e l’Italia ha detto NO.
Il 53.70% dei votanti ha detto NO contro il 46,26% che ha detto SÌ (dato delle 19.05 relativo a 61.510 su 61.533 sezioni)
Le uniche Regioni in cui c’è stata una prevalenza del Sì sono state tre: Lombardia (ma non a Milano), Veneto e Friuli Venezia Giulia. In tutte le altre c’è stata una prevalenza dei NO.
Oggi ci ritroviamo pertanto in una situazione che il prevalere del NO ha riportato indietro, almeno dal punto di vista dei fautori del SÌ che sostenevano la necessità di un cambiamento del dettato costituzionale relativo all’organizzazione della Giustizia.
Per i sostenitori del NO ovviamente la questione va valutata diversamente. Per fortuna il NO ha prevalso impedendo uno scivolamento del testo costituzionale verso un indebolimento della componente Giustizia rispetto alle altre due. La considerazione di base è che è opportuno mantenere sempre un equilibrio tra i poteri Legislativo, Esecutivo e Giudiziario.
Tuttavia non si possono dimenticare le condizioni in cui si trova la Giustizia in Italia: le esigenze di buon funzionamento devono essere affrontate, non è pensabile il fare finta di nulla, che non ci siano problemi. I problemi ci sono, e vanno affrontati nell’ambito della normale legislazione. Ed è in questo ambito che il piatto duole. Le elezioni politiche saranno il prossimo anno e temiamo sia difficile che nei mesi a venire il Parlamento, nelle sue due componenti Camera e Senato, sia in grado di farsi carico dei problemi irrisolti che riguardano la Giustizia in Italia. Pensiamo che il tema possa essere considerato nell’ambito delle prossime campagne elettorali anche se in Italia abbiamo molte altre problematiche che da tempo gridano attenzione.
E prima delle elezioni politiche in Italia, già il 24 e 25 maggio 2026, avremo 846 elezioni municipali, di cui 15 in città capoluogo di provincia: Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Andria, Trani, Crotone e Salerno.
Perché ricordare l’appuntamento delle elezioni amministrative? Perché difficilmente gli altri partiti politici sapranno dedicare le proprie energie al dibattito che sarebbe necessario per giungere ad una soluzione condivisa dei problemi inerenti l’ambito della Giustizia, peraltro problemi niente affatto considerati in occasione del referendum appena concluso.


