Di dazi noi europei non sentivamo parlare da almeno un decennio. Con la libertà di circolazione dei beni, dei servizi e delle persone, cosa fossero le frontiere e le limitazioni di transito lo abbiamo dimenticato. Viviamo nella dimensione del mercato unico o meglio dell’unico mercato che conosciamo bene, quello europeo, e qui le merci vanno e vengono senza tanti problemi. Quando poi consideriamo la nostra modesta ottica di consumatori, allora davvero la percezione della provenienza del bene e degli eventuali dazi/gabelle per portare il bene da noi o noi per portarlo da altri, è davvero irrilevante. In questo caso sovviene alla libertà di circolazione anche il neoliberismo consumistico che vuole nel consumatore l’ultima catena del consumo al quale nulla è chiesto se non appunto di consumare (sempre di più se possibile) e nulla altro. Così sono modellati i nostri ipermercati e le grandi catene di distribuzione.
Però accade che le gabelle/dazi non sono affatto spariti, anzi si rivelano sempre un ottimo strumento di pressione economica e politica. Così li ha rispolverati il presidente degli States Trump, con l’intento dichiarato di proteggere la produzione nazionale dall’ingordigia affaristica degli alleati/partners che trovando condizioni favorevoli hanno invaso il Paese dei loro prodotti, e cambiando e condizionando i consumi dei cittadini statunitensi. Questa la lettura popolare e populista per il cittadino medio e da qui tutta la propaganda elettorale prima e di governo poi per una politica protezionistica dell’economia nazionale in versione autarchica (ci produciamo i nostri beni e ce li consumiamo al nostro interno), almeno fino a dove è possibile. Dove non è possibile allora facciamo accordi.
La realtà è un po’ diversa. Intanto il consumo di prodotti europei negli States è rivolto a ceti sociali mediamente alti, il cui portafoglio è già rivolto versi beni di lusso (uno per tutti il Made in italy della moda/costume) e che quindi potrebbe non risentire dell’aumento del costo del prodotto dovuto al dazio di ingresso, mentre la maggior parte della popolazione potrebbe non avere accesso a beni o servizi che coprono settori primari ( welfare e salute) la cui produzione interna non soddisfa il fabbisogno. Alcuni settori produttivi degli States dipendono dalla componentistica di Paesi terzi, non esclusivamente europei, e quindi mettere dazi di ingresso determinerebbe una contrazione della produzione in controsenso con lo slogan made America great again MAGA, che annuncia un nuovo new deal molto di fantasia e poco realistico. Ma Trump pensa pure a vendere i prodotti, e qui incontra una certa difficoltà perché i mercati a cui guarda, prima di tutti quelli europei, sono già ben presidiati dai suoi diretti concorrenti: Cina, Giappone, Corea e India. Come dire che la piazza del mercato non è libera e quindi convincere i consumatori richiede astuzia e accordi con i concorrenti per non bruciarsi le possibilità.
Le gabelle però, lo abbiamo detto, non servono solo a difendere il mercato interno ma sono un deterrente politico preciso rivolto a chi non vuole pagare nessun costo per vendere la sua merce. Lo sapevano bene tutti i Paesi fin dall’antichità che permettevano l’uso delle gabelle per i prodotti di cui volevano avere il controllo diretto ed esercitare quello indiretto sulle popolazioni alle quali erano destinati. Tassa di transito sul sale prezioso per la conservazione dei cibi, tassa sul bestiame per andare da un pascolo all’altro, gabella per il magazzino merci imposta ai mercanti, gabella per i movimenti di denaro per eredità o da un Regno ad un altro. Ma siamo nel Medioevo dell’Europa dei Regni, dei Principati e dei Ducati, non nel XXI secolo dove queste barriere doganali dovrebbero essere superate senza indugio. Però Trump vuole usare la leva delle gabelle per far comprendere ai Paesi/Stati chi considera amico e chi considera meno amico, con chi potrebbe fare un accordo più favorevole e con chi invece ha convenienza ad alzare la posta. E poiché la produzione dei mercati internazionali è tarata sulla dimensione globale dei mercati, il restringimento imposto dagli States determina un surplus di produzione (già prodotta) di beni e servizi che va allocata in altri mercati non senza subire delle perdite finanziarie rilevanti. I mercati in cui andrà collocata l’eccedenza della produzione non saranno necessariamente quelli più competitivi degli States, anzi con molta probabilità non lo saranno affatto, ma converrà inviare lì merci e servizi se non si si vorrà condannare alla distruzione/deperimento i beni, non essendo il mercato interno di questi Paesi “gabellati” in grado di assorbire l’eccedenza di una produzione destinata al mercato estero.
E Trump? Ha copiato da Cesare Divo Augusto: Divide et impera. Per un po’ gli andrà bene poi vedremo come i consumatori degli States si adatteranno ai loro stessi prodotti Made USA.



Buongiorno
Io credo che il discorso dazi venga trattato in modo ideologico con il rischio di affrontarlo non in termini commerciali (come dovrebbe essere) ma in termini geopolitici. Dazi pre-Trump, antidumping, countervailing duties Cbam, Ets, technical barriers to trade etc rendono già oggi i passaggi doganali molto complessi e con valori di imposizione percentualmente elevata. Spaventarsi e fare l’errore di negoziare dazi con altro (commercio armi, acquisto a prezzo fuori mercato di fonti di energia e’ un fatto che lo dimostra così come la motivazione della Von Der Layer : ce lo hanno chiesto le aziende. Ormai è tardi, ne parleranno Putin e Trump in Alaska ma, per quello che potremo fare noi trattiamo e affrontiamo i dazi per quello che sono: una leva commerciale. Evitiamo di mettere assieme mele con pere assieme alle bombe atomiche, Ucraina, Gaza e commercio di gas.
L’articolo di Elisabetta Campus offre un’analisi incisiva e articolata riguardo l’uso dei dazi negli Stati Uniti, con un focus particolare sulla politica protezionistica di Trump. L’autrice sottolinea una realtà poco sentita in Europa, dove il mercato unico ha ridotto la percezione dei confini commerciali. Tuttavia, la riscoperta di gabelle e tariffe da parte degli Stati Uniti serve a mettere in evidenza una strategia economica che gioca su pressioni politiche, storiche e culturali.
È interessante notare come la questione dei dazi venga affrontata non solo come un metodo per regolare il commercio, ma anche come una leva geopolitica. I dazi, in effetti, sono usati come strumenti per proteggere l’industria nazionale e come messaggio ai partner commerciali circa le relazioni diplomatiche, un approccio che potrebbe avere conseguenze inaspettate. La posizione della Campus, che mette in evidenza le contraddizioni di questa politica, è utile per comprendere gli effetti non solo sull’economia, ma anche sul tessuto sociale e culturale americano.
In risposta al commento di Gaetano, emerge una valida riflessione sulla complessità del commercio internazionale e sull’ideologizzazione del dibattito sui dazi. Dobbiamo considerare che le decisioni economiche sono collegate a fattori geopolitici che influenzano le dinamiche globali: la connessione tra commercio, sicurezza e politica estera è ormai inevitabile.
Detto questo, sarà cruciale osservare come i consumatori americani reagiranno a lungo termine a queste politiche. L’adattamento ai prodotti “Made in USA” richiede più di semplici retoriche patriottiche; il mantenimento della competitività e la qualità degli stessi prodotti saranno determinanti. In sintesi, l’articolo ci invita a riflettere su come il protezionismo possa essere visto sia come una strategia commerciale sia come un’arma politica, il cui impatto richiederà con políticas ponderate e una visione lungimirante.
I dazi che nel Medioevo chiamavamo gabelle sono certamente una delle leve dello scambio di merci, l’ uso che se ne fa ha invece un risvolto di politica economica che è la vera arma in mano al potere politico di imporle come di levarle. Vale per il Duca come per il Parlamento che per le Autorità regolatrici. Trump ne fa un uso commerciale con una forte impronta politica, a cui noi Europei non siamo più abituati a leggere per quello che sono: regolare le merci disponibili sul mercato dei consumatori e delle imprese.