Confesso di aver messo mano a questa riflessione non una ma almeno cinque volte, e la ragione non era che fossi insoddisfatta del testo, è che i corposi dati sulla povertà in Italia presentati dagli Istituti di ricerca ogni mese, da gennaio ad oggi, inquadravano una situazione che andava peggiorando.
La prima questione, che è anche all’origine di questo titolo, è che conquistata la prima pagina il giorno della presentazione e il giorno successivo, l’impatto mediatico della notizia che ci siano Italiani al limite della sussistenza, che la povertà tende a salire lungo la scala economica e raggiunge anche i lavoratori a stipendio fisso, lasciava del tutto indifferente l’opinione pubblica. Data la notizia , appreso, registrato il fatto e voltato pagina.
Da questo “straniamento” degli Italiani per la loro stessa condizione parte l’analisi non solo del perché ma anche del quanto grande è la povertà censita e quanto incida sul futuro del Paese.
Gli Italiani non si vedono poveri, semplicemente essendo il Paese una potenza industriale riconosciuta, i poveri in un Paese che nell’immaginario collettivo è rimasto agli anni 80 non hanno diritto di cittadinanza, o più crudelmente sono uno stato dell’individuo che non esiste, è un nulla non contemplato.
La povertà italiana ha radici lontane, è dalla prima recessione degli anni 90 che cominciò ad essere evidente che l’accelerazione dei consumi non sarebbe stata compensata dai redditi dei consumatori che si sono ritrovati, colpa dell’inflazione, con un potere di acquisto ridotto ed è iniziata la scelta tra beni voluttuari e beni necessari, in una popolazione che grazie al boom economico di 25 anni prima aveva sempre avuto il portafoglio gonfio per tutti i tipi di beni che il mercato andava immettendo nel circuito. Lì qualcuno di noi ha cominciato ad “annaspare” per arrivare alla fine del mese e le caritas diocesane e le associazioni di volontariato hanno cominciato dai pasti caldi, alla spesa solidale, al pagamento delle bollette.
La grande recessione che ha attraversato l’Europa tra il 2007 e il 2013 ha iniziato ad espellere dal mondo del lavoro molti lavoratori a tempo pieno ed ad introdurre forme flessibili di impiego e manodopera per alleggerire i costi di produzione che il crollo del mercato finanziario aveva portato con sé con la bolla immobiliare. I poveri divennero i giovani, le donne e i precari le cui risorse economiche si riducevano sensibilmente essendo ai margini del mondo del lavoro. Gli Italiani cominciano a comprendere di essere poveri, ma la stragrande maggioranza sta bene.
Poi, dopo qualche anno arriva la pandemia, e la situazione precipita velocemente verso l’indigenza. E lì in questi due anni che l’Italia scopre che ci sono bambini che faticano ad avere i materiali per andare a scuola, famiglie che o mangiano o pagano le bollette, che i mutui saltano e la casa familiare scompare nelle maglie delle banche, che il lavoro si parcellizza ancora di più e che se lo perdi per effetto della ristrutturazione aziendale potresti non riaverlo più, che hai bisogno che i figli vadano a lavorare presto e che studiare è un lusso, che non hai denari per curarti e per le medicine.
Nel 2020, primo anno dell’emergenza Covid, il numero di poveri assoluti in Italia aveva raggiunto la cifra record di 5,6 milioni di persone . Così l’Istat “Purtroppo nel 2020 la pandemia ha avuto un evidente effetto sulle condizioni economiche delle famiglie. La condizione di povertà assoluta ha riguardato oltre cinque milioni e seicentomila individui, vale a dire il 9,4 % delle persone residenti in Italia, mentre nell’anno precedente la quota era pari al 7,7 per cento. Tuttavia, è diminuita l’intensità della povertà che misura «quanto poveri sono i poveri», cioè quanto la spesa media mensile delle famiglie povere è inferiore alla linea di povertà. Questa dinamica probabilmente è dovuta sia al livello più basso di consumi nel 2020 sia agli strumenti di sostegno messi in campo e che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà”.
Cinque anni dopo.
Dall’indagine “Condizioni di vita e reddito delle famiglie” emerge anche che un lavoratore su dieci è a rischio indigenza. Peggiore la situazione di chi ha figli a carico. Si riducono le entrate in termini reali. “Nel 2024, in Italia, il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale il 10,3% degli occupati tra i 18 e i 64 anni è a rischio di povertà lavorativa. Il dato è leggermente superiore al 22,8% del 2023. Questo aumento si manifesta in particolare tra le famiglie con bassa intensità di lavoro e per coloro che dipendono principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici” (Reddito e Condizioni di Vita” relativo agli anni 2023-2024, disponibile sul sito dell’Istat https://www.istat.it). Ed ecco che la scalata della povertà verso l’alto delle classi sociali si manifesta: il 10,3% degli occupati tra i 18 e i 64 anni è a rischio di povertà lavorativa e questo dato è preoccupante. Le cause dice l’Istat sono da ricercare in difficoltà economiche per cui le famiglie non riescono più ad affrontare le spese quotidiane, nelle difficoltà ad avere accesso a beni e servizi essenziali e nelle difficoltà per problemi di salute e benessere che non trovano soluzione minando soprattutto le aspettative di vita.
A questo grave quadro si aggiungono i dati del sistema Eurostat (https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Living_conditions_in_Europe_-_poverty_and_social_exclusion&action=statexp-seat&lang=it) che misura i dati statistici negli Stati dell’Unione Europea, e resi pubblici il 27 aprile 2025 per i quali in Italia sale il rischio di povertà tra le persone che lavorano anche se impegnate a tempo pieno: nel 2024 gli occupati con un reddito inferiore al 60% di quello mediano nazionale al netto dei trasferimenti sociali sono il 9%, in aumento dall’8,7% registrato nel 2023. Una percentuale più che doppia di quella della Germania (3,7%) e sale al 10,2% per i lavoratori di almeno 18 anni occupati per almeno la metà dell’anno (sia full time che part time) a rischio povertà, anche questi in aumento rispetto al 9,9% del 2023.
Ora è chiaro che sono poveri in Italia coloro i quali il lavoro ce l’hanno a tempo pieno o part time, quelli che lo hanno avuto sempre precario ( settimanale, mensile, trimestrale) e quelli che lo hanno perso e non hanno possibilità obiettive di ricollocarsi.
Dovrebbe essere argomento di discussione collettiva, di un comune sentire non solo per il disagio obiettivo di ritrovarsi poveri e non sapere nemmeno come sia successo, ma l’opinione pubblica non se ne interessa. E’ forse argomento da chiacchiera sui social? No! l’argomento povertà è relegato al settore analisi economica ed in parte sociologica.
E’ lo “straniamento” di cui parlavo prima riferito alla collettività che in psicologia è ben noto come essere un comportamento dissociativo di de-personalizzazione e di de-realizzazione. Questi fenomeni causano un senso di distacco dalla realtà o da sé stessi; la depersonalizzazione riguarda il distacco dal proprio corpo o dai propri processi mentali, mentre la de-realizzazione riguarda la percezione del mondo esterno come irreale o sconosciuto.
Noi non siamo poveri, o meglio siamo poveri ma non lo vediamo e non lo percepiamo, ed è fuori dal nostro corpo “sociale” ed anche dai nostri processi mentali tant’è vero che sappiamo che dei poveri si occupano le associazioni di volontariato, lo Stato ( percepito come Ente a noi estraneo mentre siamo noi stessi) e la Chiesa e le altre confessioni religiose. Nel nostro mondo collettivo la povertà non c’è e le sue cause pertanto sono sconosciute, i rimedi altrettanto e le soluzioni non degne della necessaria attenzione razionale.
Il non concepito perché è inconcepibile essere poveri in Italia.
Ma 23 persone su 100 qui da noi non ce la fanno a vivere degnamente e forse la loro prospettiva di vita si accorcia sempre di più e questo è un dato di fatto, e il futuro davanti a loro, ma anche davanti a noi, non può essere l’indifferenza tout court, gli effetti della povertà andranno a colpire tutti indistintamente. Riflettiamoci.


