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domenica, Dicembre 7, 2025

Cinque anni o dieci? Cosa si nasconde dietro a questi numeri.

Tra i referendum  a cui siamo chiamati a votare tra l’otto e il nove giugno uno riguarda l’accorciamento del tempo di attesa degli immigrati per ottenere la cittadinanza italiana.

Dagli attuali 10 anni a 5 anni.

Questa nostra Italia è un paese in grave crisi demografica. Per mantenere il benessere economico raggiunto sarebbe necessario avere certezza del mantenimento degli equilibri demografici tra anziani e giovani, un numero di giovani in età da lavoro più alto del numero degli anziani pensionati. La scena demografica sta cambiando rapidamente e i giovani nel mondo del lavoro presto non saranno più in grado di sostenere il peso dei pensionati.

Per questo l’esigenza di attrarre in Italia giovani lavoratori è marcata ed è  altrettanto evidente  l’esigenza di fidelizzare questi giovani immigrati offrendo loro alcune certezze normative e un ciclo di acquisizione della cittadinanza e dei diritti e dei doveri che questa comporta, che sia  il più breve possibile. 

Attualmente il tempo di permanenza in Italia necessario per acquisire la cittadinanza italiana è di 10 anni. Il voto referendario propone i 5 anni.. Ma la questione si intreccia con altre necessità che lo stato attualmente affronta debolmente e che invece dovrebbero essere affrontate in modo efficace e sistematico.

Quante mamme immigrate che mandano i propri figli nelle nostre scuole, dalle materne in su, sono in grado di leggere e scrivere in italiano, oltre dire qualche parola nella nostra lingua? In paese alcune insegnanti ormai in pensione insegnano alle mamme immigrate a leggere e scrivere in italiano. Ed è un percorso lungo e paziente ma necessario che le mamme immigrate si impegnano a seguire laddove viene loro offerto. In paese? Quale paese? Molti paesi.

E i mariti?

Che strumenti hanno per difendersi dallo sfruttamento economico a cui spesso sono sottoposti?

Qualcuno spiega loro come difendersi dallo sfruttamento senza perdere il posto di lavoro?

Ancora una volta tutto passa attraverso la capacità di leggere e scrivere.

Se si cerca qualche informazione in internet si scopre facilmente che vi è un mondo di volontariato (e non solo) che dà attenzione alla necessità per gli immigrati di imparare la lingua italiana. E si contano decine di scuole anche raccolte in reti di volontariato diffuse lungo il territorio di questa Italia anche se più concentrate nelle grandi città come ad esempio Milano o Roma. Talora gratuite, talora a pagamento.

Un esempio in Martesana: 23 iniziative talora in sedi parrocchiali, talora in sedi comunali. Da settembre 2024 a maggio 2025 nella realtà di Cassano d’Adda suddivisi in due corsi diurni e uno serale hanno frequentato 200 immigrati, mediamente una sessantina di persone. La maggioranza: mamme. La conoscenza della lingua, si sa, passa attraverso il segmento femminile della famiglia, da sempre come ben ci ricordano antropologi ed archeologi.  

Ma anche l’iniziativa pubblica sembra presente. Risulta facile consultare i siti predisposti dalla pubblica amministrazione dedicati ad evidenziare le norme che dichiarano la parità di diritti, in particolare per quanto riguarda il lavoro e la salute tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati, mettendo in evidenza le condizioni che questi devono rispettare per poterne usufruire. I CPIA (Centro Provinciale Istruzione Adulti) sono realtà presenti in diverse località che comunque lavorano spesso in collegamento con realtà di volontariato cattolico.

La cittadinanza si presenta come il diritto di esprimere il proprio assenso o dissenso rispetto alla gestione della cosa pubblica, la cittadinanza è il cuore della convivenza politica, il diritto di partecipare in modo attivo alla vita pubblica.

Questa nostra Italia del III Millennio  ha bisogno anche di nuovi cittadini giovani in grado di portare energia e speranza di vita.

I 5 anni proposti con il referendum, al posto di un’attesa di 10 anni, sono un piccolo passo in una giusta direzione. Per questo noi di Solidarietà, Libertà, Giustizia e Pace siamo favorevoli al sì. Siamo però convinti che la strada da percorrere per il bene del paese e degli immigrati non si debba fermare qui.

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