La parola “Rifondazione” con la R maiuscola qualche persona anziana potrebbe collegarla alla parola “comunista” e così ricordare una stagione politica italiana in cui il partito, appunto, “Rifondazione comunista” ebbe un ruolo in qualche momento drammatico come la caduta del primo governo guidato da Romano Prodi (21 ottobre 1998) a cui il partito aveva fino ad allora assicurato un appoggio esterno. Non è questo il caso.
Qui la parola rifondazione si riferisce ad una esigenza che qualcuno oggi osa immaginare pensando all’Europa, a questa Europa che si vorrebbe unita ma che presenta difficoltà politiche che hanno a che fare con il fatto di fondarsi su una serie di trattati tra gli stati (ultimo quello di Lisbona – 2007). Con una struttura caratterizzata dalla presenza di ben 79 agenzie e organi talora potenzialmente concorrenti come il Parlamento Europeo e il Consiglio dei Ministri: il primo espressione dei popoli europei chiamati a votare per eleggere i propri rappresentanti presso il Parlamento, il secondo invece organo di discussioni e decisioni da parte dei ministri dei paesi che aderiscono all’Unione Europea.
Giungere a decisioni che coinvolgano tutta l’Europa rappresentata nell’Unione è impresa complessa che vede la concorrenza di Parlamento e Consiglio dei Ministri e Commissione Europea. Se Francesi ed Olandesi fossero disposti a rivedere le proprie posizioni circa la possibilità di una Costituzione Europea in grado di accelerare e semplificare i percorsi per giungere a delle decisioni condivise sarebbe una strada da seguire..
Democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità: sono gli ideali europei ricordati da Mario Draghi nel suo discorso in Rimini ai giovani (e meno giovani) presenti al Meeting di Comunione e Liberazione il 22 agosto scorso. E ancora “Il prendere atto che la forza economica è condizione necessaria ma non sufficiente per avere forza geopolitica , potrà finalmente avviare una riflessione politica sul futuro dell’Unione”.
Come far crescere una nuova forza geo-politica che possa guidare il futuro dell’Unione? Sono sicuro che in tutti gli Stati europei sono presenti persone che pensano che il punto di partenza non possa che essere l’individuazione di un modello di sviluppo in grado di guidare i popoli d’Europa o, più semplicemente, il popolo d’Europa al rafforzamento delle realtà sociali ed economiche di questo continente, un rafforzamento basato sull’idea di una unità costruita su cinque fattori ideali: individuo, famiglia, comunità di famiglie (realtà sociali), economia e ambiente. Fattori ideali? No. Non si tratta di fattori ideali ma di prendere atto delle realtà che costituiscono già oggi (ma anche ieri) le realtà umane e quindi economiche e naturali: vi è una crisi, in Europa e non solo, espressa dalla diminuzione delle nascite che si sta determinando in tutto il continente, anche se a velocità diverse.
Alcuni sono pronti a proclamare che è un bene di fronte alla crescita folle dell’umanità in tutto il mondo (più di 8 miliardi!). Come mantenere il benessere raggiunto in alcuni paesi con un aumento della popolazione complessiva appena indicato? No, no l’unica soluzione è far diminuire celermente il numero degli umani in tutto il mondo. Come? Con qualsiasi mezzo utile ad ottenere l’obiettivo di una riduzione drastica del numero complessivo degli umani. Quindi diminuzione della natalità complessiva ma non solo. Ricordo che questi ragionamenti sono assai vecchi, avendo a che fare con il Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) a suo tempo commissionato dal Club di Roma (associazione la cui attuale sede è in Svizzera a Winterthur nel cantone di Zurigo).
Io che scrivo sono lontano da questo modo di pensare. Prendete l’Italia. La diminuzione della popolazione in atto è legata alla diminuzione delle nascite che non sono più sufficienti a sostituire, in prospettiva, la popolazione economicamente attiva. Negli ultimi anni le politiche del lavoro e delle pensioni hanno progressivamente aumentato l’età dei lavoratori che oggi per lo più è fissata a 67 anni, ma in alcune situazioni già a 71 (per i lavoratori che non arrivano ai 20 anni di contributi). In Europa l’età pensionabile è in progressivo aumento giungendo in diversi paesi ai 67 anni come in Italia. Se la curva demografica continuerà a scendere sarà gioco forza o affrontare in modo diverso il tema delle immigrazioni o alzare in modo progressivo l’età pensionabile. La questione europea si scontra già di fatto con questi temi e sarà necessario giungere a soluzioni condivise evitando la politica del rinvio della questione al prossimo governo o parlamento. Dimenticavo: adesso che stanno offrendo al mercato i primi robot umanoidi magari potremmo risolvere tutti i problemi immettendo nelle realtà delle piazze europee un buon numero di robot. Io non la penso così.


