( Salmo 85, 11-12)
Giustizia e pace
Da mesi stiamo ragionando su quello che comporta lo stato di guerra. L’esempio della Palestina con la Striscia di Gaza ci indica chiaramente che quando un popolo è privo di rappresentanza nelle organizzazioni internazionali, prime fra tutte l’ONU, la questione diventa complessa. E lo stesso deve dirsi per il popolo ucraino che, pur avendo svolto elezioni democratiche essendo una repubblica semi presidenziale, ha eletto con suffragio popolare nel 2019 il presidente, che è anche Capo di Stato, di fatto il partito del presidente ha conquistato la maggior parte dei seggi del Parlamento, e ridotto ai minimi termini l’opposizione; il conflitto armato ha fatto il resto non essendo più possibile svolgere le consultazioni elettorali. I conflitti intutto il mondo sono 59 , di cui 6 in corso : Afghanistan, Guerra civile in Myanmar, Crisi dello Yemen, Guerra russo-ucraina, Guerra di Gaza, o israelo-palestinese . Conflitto del Tigray, in Etiopia. Degli altri 18 conflitti significativi sparsi per il mondo, ben 14 sono in Africa (alcuni dei quali coinvolgono più Stati, come quello del Maghreb che ne coinvolge dieci), 2 sono in Asia (Iraq e Siria), uno è in Sud America (le FARC in Colombia), l’altro in Nord America (la guerra della droga in Messico). E degli ulteriori 19 conflitti considerati minori, 11 sono in Asia e 8 in Africa, per lo più sconosciuti e che vanno avanti da decenni.
Per la Striscia di Gaza le Organizzazioni internazionali hanno avuto una posizione di attesa favorendo unicamente le ONG per gli aiuti umanitari e sanitari. Questo atteggiamento ha favorito nel corso dell’ultimo decennio la crescita di Hamas quale unico interlocutore della popolazione palestinese residente in quel territorio. Sotto la guida di Hamas tutte le attività governative che possono essere espletate in un territorio sono state dirette e controllate senza alcuna possibilità di apertura verso la comunità internazionale. L’autarchia politica economica finanziaria e sociale imposta da Hamas in questo territorio ha comportato una condizione di recessione economica pressoché costante (l’economia di Gaza dipende dall’economia di Israele ovvero dai territori di confine), senza che fosse possibile intervenire con gli ordinari strumenti di risanamento per uno Stato in deficit economico- finanziario.
Simile atteggiamento della diplomazia internazionale è stato adottato per l’Ucraina, supportato tanto dal principio dell’autodeterminazione dei popoli quanto dalla prassi del laissez faire, che combinati tra loro influenzano la politica internazionale da sempre. Per questo territorio però dobbiamo aggiungere che l’atteggiamento europeo è stato anche quello di sfruttarne le risorse naturali e produttive in quanto di maggiore convenienza rispetto al mercato internazionale, senza tanto sottilizzare sulle condizioni reali del Paese e della sua popolazione. Come direbbe Flaiano “svelti a salire sul carro del vincitore “ e dello sfruttamento delle opportunità secondo le regole del mercato libero e consumistico; peggio predatorio e colonialistico.
Ora l’interrogativo che vogliamo porci è quello della giustizia per i popoli. Certamente non vi è giustizia quando un popolo non ha la possibilità di scegliere democraticamente il proprio sviluppo economico finanziario e sociale e non può determinare il proprio futuro. I palestinesi della Striscia di Gaza pur avendo votato nel 2006 per l’organizzazione Hamas (impostasi poi nel 2007 vincendo la Battaglia di Gaza con Fatah), si sono ritrovati in un limbo di incertezza nel quale Hamas ha occupato lo spazio reso disponibile. L’ingiustizia è stata determinata dalla inerzia della ANP che per convenienza politica sapendo di non avere più la maggioranza dei voti per governare, ha preferito lo status quo alla democrazia. Ma altrettanto colpevole è la comunità internazionale che non ha dato attuazione, anche qui per convenienza, agli strumenti internazionali di sostegno alle economie deboli, alle popolazioni in grave status sociale per difficoltà di accesso alle risorse primarie.
Ora questa stessa comunità internazionale si fa promotrice della pace nel territorio della Striscia di Gaza senza alcuna riflessione su quanto abbia contribuito la propria inerzia alla catastrofe della guerra in corso, come con le differenze per il caso dell’Ucraina. Seppure il caso specifico di Gaza nasca dall’attacco terroristico di Hamas nei confronti degli insediamenti israeliani al nord della Striscia di Gaza, certamente un’azione preventiva di piena conoscenza delle condizioni di disagio e di disastro economico nelle quali versava e versa la popolazione palestinese di Gaza avrebbero contenuto l’azione politico militare di attacco a Israele. E forse nello stesso tempo, il non essere abbandonati a livello internazionale, avrebbe portato lo stato di Israele ad una risposta militare mediata da una diplomazia accorta e autorevole. Come se l’invasione del territorio ucraino perpetrata dalla Federazione Russa ( sono 83 i soggetti federali che compongono quella che chiamiamo Russia), peraltro anticipata mesi prima, non fosse interesse di noi tutti e non solo dei due Paesi confinanti, come invece la questione è stata trattata finora e la si continua a trattare purtroppo. Nessun interesse mostra la comunità internazionale per la popolazione russa, l’esercizio della democrazia in quel Paese, quasi che per paradosso semantico tutto il mondo la preferisca “congelata” come la sua Siberia nello status quo, fino a che una sorta di ribellione interna abbia la forza politica di far sentire la sua voce. Posizione questa che va oltre il “laissez faire” sconfinando nel “menefreghismo” vero e proprio.
Quindi parlare di pace senza parlare delle ingiustizie che le popolazioni nei territori in guerra subiscono significa non parlare di pace ma parlare di una pace senza sostanza vera, di una pace di facciata che tranquillizza proprio quei portatori di ingiustizia colpevoli della propria inerzia.
Le guerre in corso nel mondo sono troppe e se applicassimo ad esse prima di tutto il concetto di giustizia per le popolazioni e poi ricerca della pace per mantenerla e diffonderla forse avremmo un piccolo passo per immaginare un mondo di pace universale, invece di continuare a tenere lo sguardo basso (sul proprio interesse) sperando e scongiurando che non venga mai il giorno che la guerra bussi alle porte di ciascuno di noi; ed essa busserà se l’inerzia sarà il nostro unico valore.


