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sabato, Dicembre 6, 2025

Referendum sulle carriere separate: il mio sguardo di cittadina (I parte)

Mi chiamo Rosapia, e come molti italiani in questi mesi mi sto chiedendo come votare al prossimo referendum sulle carriere separate dei magistrati.
Non sono una giurista, né un’esperta di diritto, ma una cittadina che cerca di capire, di informarsi e di riflettere prima di esprimere un voto.
Mi sono chiesta: perché si propone di cambiare un equilibrio così delicato come quello tra magistratura e politica?
E soprattutto: questa riforma serve davvero a migliorare la giustizia, o rischia di minarne l’indipendenza?

Scrivo queste righe per mettere in ordine i miei pensieri e, forse, per aiutare altri cittadini come me a orientarsi in una questione che ci riguarda tutti, perché la giustizia non è un affare di giudici e avvocati: è una colonna portante della democrazia, il luogo dove ogni cittadino deve poter trovare tutela, verità ed equità.

1. Cosa significa “separazione delle carriere”

Per capire il referendum, dobbiamo partire dalle basi.
Oggi, in Italia, giudici e pubblici ministeri (PM) fanno parte dello stesso “ordine della magistratura”.
Sono due funzioni diverse:

  • il giudice è colui che decide,
  • il pubblico ministero (o procuratore) è colui che indaga e sostiene l’accusa nel processo penale.

Entrambi, però, fanno parte della stessa carriera, condividono lo stesso concorso di accesso e la stessa formazione, e possono – nel corso della loro vita professionale – passare da una funzione all’altra, anche se con regole e limiti precisi.

Chi vuole separare le carriere sostiene che questa commistione crei confusione e rischi di “simbiosi culturale”: in pratica, che giudici e PM, provenendo dallo stesso corpo, finiscano per sentirsi “colleghi” più che “controparti”, con possibili effetti sull’imparzialità del giudizio.

Chi è contrario – e io mi colloco in questa posizione – ritiene invece che la Costituzione italiana, così come scritta, contenga già un equilibrio prezioso, e che separare le carriere significhi rompere un’architettura che garantisce l’indipendenza di tutto il sistema giudiziario.

2. Cosa dice la Costituzione

Per formarmi un’opinione, sono tornata a leggere alcuni articoli della nostra Costituzione, scritta nel 1947 dopo gli anni bui del fascismo.
Gli articoli 101, 104 e 107 sono centrali.

  • Art. 101: “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.”
  • Art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.”
  • Art. 107: “I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.”

In queste parole c’è un mondo.
I costituenti avevano conosciuto un tempo in cui la giustizia era piegata al potere politico, in cui i giudici dipendevano dal governo e le sentenze erano strumenti del regime.
Per questo vollero creare un ordine autonomo, dove l’indipendenza fosse il pilastro portante.

L’articolo 107, in particolare, ci dice che i magistrati non devono essere divisi per gradi o carriere, ma solo per funzioni: chi giudica e chi accusa sono due volti di uno stesso potere dello Stato, che deve restare libero da condizionamenti politici.

Separare le carriere, quindi, significherebbe modificare l’impianto costituzionale, o comunque introdurre una frattura tra due funzioni che oggi dialogano dentro uno stesso corpo.
E ogni volta che si tocca la Costituzione, io credo che serva grande prudenza, rispetto e consapevolezza.

3. Perché si parla di riforma

Chi propone la separazione dice che vuole “rendere più imparziale il giudice” e “più efficiente la giustizia penale”.
Argomentazioni apparentemente condivisibili: tutti vogliamo una giustizia più giusta e più rapida.

Il punto è: questo cambiamento serve davvero a questo?

Io ho molti dubbi.
Perché i problemi della giustizia italiana – la lentezza dei processi, la burocrazia, le carenze di organico, la mancanza di digitalizzazione, le disuguaglianze territoriali – non dipendono dal fatto che PM e giudici appartengono allo stesso ordine, ma da altre cause ben più concrete.
Dividere le carriere non ridurrà i tempi dei processi, né migliorerà la qualità delle indagini.
Potrebbe anzi introdurre nuove rigidità e nuovi rischi di condizionamento politico.

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