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mercoledì, Settembre 16, 2026

Meno nascite ed economia.

Quali passi per una economia rinnovata dal basso?

Da qualche tempo si sta facendo strada nell’opinione pubblica la consapevolezza che la diminuzione delle nascite in Italia, ma non solo, espone il Paese a prospettive socialmente preoccupanti, perché rischia di venir meno l’equilibrio tra il numero dei pensionati e quello delle persone al lavoro.

La tentazione sarebbe quella di far notare collegando il fenomeno del calo delle nascite con il fenomeno di un certo numero annuale di aborti — nel 2022 sono stati 64.303 — che ha come conseguenza, anno dopo anno,  la riduzione un numero consistente di nati. Questo dato andrebbe quindi ad aggiungersi a quello relativo al rapporto tra persone in età lavorativa e pensionati, il cui assegno mensile dipende sostanzialmente dai contributi versati da chi sta lavorando.  Opinione contraria alla mia  tiene il punto sostenendo che  il numero degli aborti è in costante diminuzione e, comunque, i due temi devono essere tenuti su piani differenti.

Da cosa dipende, allora, la diminuzione delle nascite?

Se si osservano i cambiamenti avvenuti nella nostra società rispetto al secolo scorso, emerge un altro fattore importante: il ruolo della donna si è profondamente modificato. Le ragazze sono mediamente più diligenti dei ragazzi e sono numerose quelle che si laureano, anche in ambiti scientifici, e aspirano a costruire  posizioni professionali non di semplice esecuzione. Nelle discipline STEM (scientifico-matematiche)  permane comunque un divario nella presenza femminile, anche se le ragazze, pur essendo meno numerose, ottengono ottimi risultati.

Le donne rappresentano il 60% dei laureati, contro il 40% degli uomini, e il loro voto di laurea è mediamente più alto. È un cambiamento positivo, che può tuttavia comportare un notevole ritardo nella costruzione di una propria famiglia e nella scelta di avere figli. Sappiamo inoltre che la maternità può ancora portare le donne a lasciare il lavoro per dedicarsi alla crescita e all’educazione dei figli. Mancando efficaci politiche sociali , il costo della crescita della prole diventa prima di tutto uno svantaggio economico insostenibile per le famiglie e poi un irrisolto problema di opportunità non garantite ai futuri genitori. 

C’è però un altro dato sul quale riflettere: l’Italia è al penultimo posto in Europa per numero di laureati, con il 31,6% contro una media europea del 46%.

Il tema dell’equilibrio economico e sociale si intreccia anche con altri aspetti della nostra realtà. Quasi il 25% della popolazione italiana ha più di 65 anni — il 24,7% nel 2025 — mentre, tra il 2024 e il 2025, più del 50% delle famiglie è costituito da persone sole o da coppie senza figli.

Di fronte a questi dati assistiamo a politiche sulla popolazione difficili da comprendere, come quelle relative all’accoglienza dei migranti. Accoglienza o non accoglienza? Il Paese non ha bisogno di migranti? Il numero degli ingressi programmati è sufficiente a sostenere le esigenze del mondo produttivo italiano?

La questione dei migranti si intreccia a sua volta con quella dello sviluppo delle realtà produttive, che dovrebbe essere ripensato anche a partire dal cosiddetto KmZero.

Non dobbiamo dimenticare che in Italia abbiamo 150 comuni con più di 50.000 abitanti, mentre tutti gli altri — 7.744 — hanno una popolazione inferiore. Lo sforzo politico potrebbe quindi essere quello di cominciare a introdurre, o a rafforzare, esperienze basate sul KmZero, partendo dalle realtà comunali meno complesse.

Naturalmente questa ipotesi potrebbe essere smentita dai fatti: nulla vieta a chi vive in paesi o città più grandi di avviare esperienze fondate sullo stesso principio. Il KmZero, inteso come capacità di costruire esperienze produttive ed economiche a partire dalle realtà più vicine, può rappresentare una delle scelte attraverso le quali ripensare l’economia italiana.

Il KmZero indica infatti la massima vicinanza possibile tra produttore e consumatore.

Quella che proponiamo non vuole essere una visione legata prevalentemente al mondo agricolo. Gli ambiti possono essere diversi: moda e tessile, edilizia e materiali, manifattura e artigianato, energia. Se installo pannelli fotovoltaici sul tetto, per esempio, produco energia a KmZero.

Un programma politico dovrebbe quindi assegnare un posto di rilievo al KmZero ovunque esistano le condizioni per realizzarlo.

E dove queste condizioni non ci fossero?

Rispondere alla domanda «perché?» potrebbe essere il primo passo per costruire un programma capace di dare nuovo slancio all’economia del Paese.

Giulio Pirovano
Giulio Pirovanohttps://www.solidarieta-italia.org
Presidente di Solidarietà, Libertà, Giustizia e Pace

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