Da 30.000 a 3.000.
Un’automobile con motore a combustione interna è composta da circa 30.000-40.000 pezzi. Per un’automobile elettrica le stime scendono a circa 3.000-4.000.
Sono numeri che aiutano a comprendere la dimensione della trasformazione che sta attraversando l’industria metalmeccanica. Il passaggio dal motore a combustione alla propulsione elettrica non riguarda infatti soltanto una diversa tecnologia: modifica intere filiere produttive e coinvolge direttamente le persone che lavorano nella produzione e nell’assemblaggio dei componenti.
A questa trasformazione si aggiunge la necessità di ridurre progressivamente l’impiego dei combustibili fossili. Da decenni conosciamo gli effetti delle emissioni prodotte dalla loro combustione e il loro contributo al cambiamento climatico. L’Unione Europea ha quindi avviato da tempo politiche di decarbonizzazione e di riconversione industriale. Oggi quella transizione non può più essere rinviata.
Il problema è come governarla.
Una delle risposte che sta emergendo è rappresentata dall’aumento delle risorse destinate alla difesa e al riarmo europeo. È legittimo chiedersi se questa scelta possa diventare anche uno strumento per sostenere settori dell’industria metalmeccanica messi in difficoltà dalla trasformazione dell’automotive.
Ma esiste una contraddizione evidente: si parla di riarmo europeo mentre la difesa continua a essere organizzata prevalentemente su base nazionale.
Il problema non è nuovo. Già negli anni Cinquanta fallì il tentativo di creare una Comunità europea di difesa. Da allora l’integrazione politica europea è avanzata, ma non fino alla costruzione di una vera unità politica capace di affrontare in modo comune questioni strategiche come la difesa, la politica industriale e la trasformazione dell’economia.
Anche il tentativo di dotare l’Europa di una Costituzione si arrestò nel 2005, dopo i referendum in Francia e nei Paesi Bassi. Si arrivò successivamente al Trattato di Lisbona, firmato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2009. È ancora questo, nelle sue linee fondamentali, il quadro istituzionale nel quale opera oggi l’Unione Europea.
Nel frattempo, però, il mondo è cambiato profondamente.
La competizione economica internazionale, la guerra alle porte dell’Europa, la transizione energetica e tecnologica e la crescente dimensione globale delle imprese rendono sempre più difficile immaginare politiche industriali esclusivamente nazionali.
Basta guardare al settore automobilistico. Stellantis è una realtà internazionale, con attività produttive distribuite in diversi Paesi. Lo stesso vale per molte imprese che consideriamo tradizionalmente italiane: le loro filiere, i mercati e spesso gli assetti proprietari hanno ormai una dimensione internazionale.
Nel 2027 l’Italia tornerà alle elezioni politiche. Il tema dell’economia sarà inevitabilmente al centro del confronto. Ma quale politica economica nazionale possiamo costruire senza una visione dell’economia europea?
È questa la questione di fondo. Transizione industriale, difesa, energia e competitività non possono essere affrontate efficacemente da ventisette Stati che procedono ciascuno per proprio conto.
Prima ancora di discutere su come finanziare il riarmo o su come salvaguardare singoli comparti produttivi, occorre quindi tornare a discutere dell’assetto politico dell’Europa.
Una politica italiana per l’industria può avere senso soltanto all’interno di una politica europea capace di confrontarsi con le trasformazioni internazionali in corso.
Il punto di partenza, allora, non può che essere questo: Europa prima, Italia dentro l’Europa.


