Pregi e problemi, politiche
Parlando di politica estera, avevamo sottolineato l’importanza della geografia, una disciplina che dovrebbe occupare un posto di rilievo nell’insegnamento, dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado. A una condizione: che non diventi uno strumento di propaganda politica, attraverso rappresentazioni favorevoli di alcuni regimi a scapito di altri.
Ma che cosa sappiamo davvero della scuola di oggi? Ho una nipote che frequenta la quinta primaria. Quando arriva a casa del nonno, si precipita su un vecchio computer portatile, accede agli strumenti messi a disposizione dalla scuola e, molto più rapidamente di me, impagina una ricerca sul sistema solare. Sa bene che la Terra ruota su sé stessa e intorno al Sole e dimostra una padronanza degli argomenti che il nonno, alla sua età, neppure immaginava. È un’eccezione nella sua classe? Non sembra.
Questo episodio ci ricorda che la scuola è cambiata profondamente, talvolta nonostante le politiche che la riguardano. L’esperienza quotidiana degli alunni e degli insegnanti è più complessa di quanto lascino intendere le pretese di controllo del mondo politico. Basta parlare con chi insegna per coglierne progressi e contraddizioni.
Nel 2007, nel liceo in cui insegnavo, arrivarono le LIM, le lavagne interattive multimediali: strumenti capaci di trasformare le lezioni, purché si imparasse a usarli. Dieci anni dopo c’erano ancora docenti che non si erano preoccupati di acquisire quelle competenze. Gli studenti, anche senza dirlo apertamente, coglievano la differenza tra chi aveva adottato le nuove tecnologie e chi era rimasto al gesso.
Oggi, a diciannove anni di distanza, le scuole dispongono di strumenti didattici che nel 2007 sarebbero apparsi impensabili. Nel frattempo, però, è emerso con forza un altro problema: il calo delle nascite riduce progressivamente il numero degli alunni e incide sulle scelte relative agli organici. Secondo una notizia riportata da «La tecnica della scuola», si parla di 5.000 posti di docente e di altri 2.000 posti per il personale amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) in meno.
La scuola non può esistere senza bambini e ragazzi, ma neppure senza insegnanti. Per questo le politiche che puntano a ridurre gli organici soprattutto per contenere la spesa meritano di essere ripensate.
Che cosa è accaduto, sul piano delle politiche scolastiche, dal 2022 a oggi? Il centrodestra ha posto al centro del proprio programma il concetto di «merito». Tra gli interventi più visibili vi è stata la riforma del voto di condotta. Altri obiettivi dichiarati sono stati il rafforzamento dell’autorità dei docenti, il potenziamento dell’istruzione tecnica e professionale in rapporto al mondo del lavoro, il sostegno alla libertà di scelta educativa e alle scuole paritarie, oltre all’istituzione del Liceo del Made in Italy.
È stato inoltre avviato il percorso tecnico-professionale «4+2», che prevede quattro anni di scuola secondaria seguiti da due anni negli ITS Academy, gli istituti tecnologici superiori, con un maggiore coinvolgimento delle imprese nella formazione. Nel 2025 si contavano 147 ITS Academy e oltre 46.000 iscritti. Il nuovo Liceo del Made in Italy, invece, non ha registrato l’adesione auspicata dai suoi promotori.
Il bilancio politico resta dunque, a mio giudizio, limitato rispetto ai problemi strutturali ancora aperti. Come impostare allora una nuova politica per la scuola? I partiti potrebbero tornare a proporre obiettivi rimasti irrealizzati nelle legislature precedenti, come già accaduto nella campagna elettorale del 2022. Ma non basterebbe: occorre guardare al futuro e alle trasformazioni della società italiana.
Il declino della natalità riduce la popolazione in età scolastica e spinge a ridimensionare gli organici. Al tempo stesso, il Paese ha bisogno di nuovi cittadini e di lavoratori per sostenere le attività economiche. Se l’immigrazione è una componente di questa risposta, diventa indispensabile predisporre strumenti efficaci di integrazione, anziché lasciare che l’inserimento sociale e lavorativo proceda in modo frammentario. La mancata integrazione comporta anche elevati costi economici.
La scuola potrebbe, e dovrebbe, svolgere un ruolo centrale in questo processo, con un’offerta formativa più strutturata e capillare dei corsi finora affidati, in larga misura, al volontariato. Si tratta di iniziative preziose, ma quanto riescono a coprire il fabbisogno? Nel 2025, per esempio, la Camera di commercio di Milano, attraverso Formaper e il progetto Integra, ha realizzato percorsi di formazione professionale per 250 immigrati. Anche considerando altre iniziative analoghe, la dimensione dell’intervento appare insufficiente rispetto alle esigenze.
Secondo l’Istat, nel 2025 il saldo migratorio con l’estero è stato positivo per circa 296.000 persone. In questo contesto, le proposte di «remigrazione» avanzate da alcune forze politiche vanno in direzione opposta rispetto a una politica di integrazione. Alimentano inoltre le paure di chi considera la presenza stabile degli immigrati una minaccia, anziché una realtà con cui confrontarsi anche sul terreno dei diritti e dei doveri.
Sono questioni che mostrano quanto la scuola sia centrale per il futuro del Paese. Il suo compito va ormai ben oltre la missione che le veniva attribuita agli inizi del Novecento: non soltanto trasmettere conoscenze, ma contribuire alla coesione sociale e alla capacità dell’Italia di affrontare le trasformazioni demografiche, culturali ed economiche.


