Ascoltare i Popoli. Non è semplice e non è facile. Anche i momenti elettorali come quelli dello scorso anno per il rinnovo del Parlamento Europeo ci hanno posto di fronte al fatto che i Popoli chiamati alle elezioni hanno votato con percentuali differenti, comunque inferiori per partecipazione a quelle delle precedenti elezioni, in complesso il 50,74% degli aventi diritto in tutta Europa. Solo Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Romania, Svezia e Ungheria hanno superato il 50% dei votanti. Sono 15 i Paesi che non hanno raggiunto almeno il 50% dei votanti. In Italia il 48,31% ha votato. Croazia e Lituania non hanno raggiunto il 30%. Belgio 89,01%, Lussemburgo 82,29% e Malta con il 72,98% sono invece gli unici due Stati in cui si è determinata la partecipazione più alta.
La questione è che i Popoli partecipano ai sistemi di votazione diretta solo nella misura in cui le loro rispettive classi politiche dimostrano di essere attente alle loro voci; dove non si percepisce un ascolto adeguato la partecipazione al rito elettorale diminuisce.
Perché fare questi conti?
Perché in questi giorni l’Europa sta decidendo qualcosa che nessuno si aspettava, almeno fino a qualche settimana fa; ovvero 800 miliardi di Euro per riarmare, sì RIARMARE, l’Unione Europea senza minimamente affrontare le questioni politiche più importanti che riguardano la costituzione di una Unione Europea diversa da quella attuale. Ed è un punto importante perché non esiste di fatto una Unione politica né tanto meno un Esercito europeo e quindi la decisione della Commissione Europea significa praticamente spalmare gli 800 miliardi di Euro per i 27 Paesi aderenti, ponderando la somma per il peso demografico di ciascuno di essi. La pila di soldi individuata dalla Commissione va spesa nel complesso dai singoli stati senza in pratica nessuno sforzo per arrivare ad una unificazione più profonda e radicale, unificando anche le forze armate.
Sono decisioni difficili comunque dettate da ragioni estranee ai principi che hanno portato alla fondazione dell’Unione. In questi momenti drammatici ci si potrebbe-dovrebbe impegnare a ricordare quei principi chiedendosi cosa fare per riaffermare quei principi fondanti con rinnovata forza, ma si procede a schemi di spesa lontani dalla necessità di mettere in gioco una volontà di uno sviluppo politico adeguato al futuro che ci attende.
Ventisei Capi di Governo e di Stato dei Paesi europei hanno preso una decisione di massima aggirando la questione formale della votazione, accettando e isolando così la posizione dell’ungherese Orban che non condivide per nulla le posizioni assunte da tutti gli altri in tema di organizzazione militare: il leader ungherese ha già annunciato che organizzerà un referendum per sentire la voce dei suoi concittadini. La questione è tutta nel rapporto che bisogna stabilire con la Russia, fornitrice di gas naturale o di morti? La guerra dice morti, la ragione invece dovrebbe …
Il prossimo 15 marzo a Roma ci sarà una manifestazione in Piazza del Popolo lanciata dal giornalista del Fatto Michele Serra e raccolta da numerosi Sindaci di città italiane che ha per titolo: Una piazza per l’Europa. Nella pagina di adesione alla manifestazione si legge: “L’Europa è necessaria. Le sue divisioni e la sua debolezza politica sono ragione di grande preoccupazione per milioni di europei, che vorrebbero sentirla parlare con una sola voce. In un momento di così veloce mutamento degli assetti mondiali solo un’Europa più unita, più solida, forte dei suoi valori fondativi, pace, libertà, democrazia, e convinta che il suo processo federativo debba accelerare, può fare fronte al presente e preparare un futuro migliore”.
Condivido quello che ho qui riportato ma a Roma in quella giornata ci sarà un altro incontro, probabilmente meno propagandato ma forse con maggiori capacità generative, promosso dal think-talk economico Festival dell’Economia civile : Piano B l’individuo (da solo) non esiste! insieme per scrivere le note di un nuovo spartito. L’ obiettivo dell’incontro è quello di incarnare la ricchezza del contributo del paradigma relazionale nell’esperienza sociale e politica, in buone pratiche sociali ed amministrative, risposte di policy, strategie politiche che trovano soluzioni ai problemi dei nostri tempi .
A parte il tono tipico della spiegazione data ai non addetti ai lavori, questo incontro vedrà impegnate svariate figure tra cui alcune che sono state protagoniste, e continuano ad esserlo, dell’esperienza della Settimana di Trieste dei primi di luglio 2024 e di ciò che è seguito per iniziativa di quel ridotto numero di amministratori locali che ha fatto nascere quel vero e proprio set di condivisione e discussione di idee che attualmente sono le chat Amministratori Rete di Trieste e Community Rete di Trieste e le iniziative che via via assumono.
Cosa c’entra tutto questo fermento organizzativo con l’Europa?
L’ultimo degli interventi del mattino della giornata/convengo del 15 marzo a cura di Luca Jahier sarà intitolato “450 milioni di individui non fanno l’Europa”. Il relatore ha alle spalle un lungo percorso di studio e di servizio anche in ambiti internazionali e quanto ne verrà fuori dall’intervento potrebbe sorprendere molti.
La domanda “cosa fa l’Europa?” dal mio, nostro, punto di vista, merita una risposta che è rappresentata anche dalla manifestazione in Piazza del Popolo.
Infatti, gli organizzatori della giornata/convegno quando è arrivata la notizia della organizzazione della manifestazione di Piazza del Popolo si sono chiesti se fosse il caso di rimandare la loro: hanno deciso sulla base degli orari delle due iniziative che si poteva stringere un po’ per permettere ai partecipanti che volevano di andare anche in Piazza del Popolo, avendo comuni basi associative e di idee progetto. Questi due appuntamenti annunciano scopi (mi verrebbe da scrivere sapori) diversi ma che convergono in un messaggio: l’Europa è in grave ritardo rispetto alle visioni dei suoi fondatori che negli anni ‘50 del XX secolo, avevano immaginato una comunità di Paesi via via più uniti fino ad avere non solo una unità economica, ma anche, tra l’altro, una unità degli eserciti destinati a fondersi nella CED (Comunità Europea di Difesa). Non sembra che gli attuali governanti abbiano il pensiero di fare un balzo in avanti così impegnativo, nonostante la realtà di questo mondo: preferiscono gestire in proprio le somme che verranno distribuite. Con grave pregiudizio dei cittadini europei e l’abbandono di una Europa unita.


