Libertà e Liberismo
Se per liberismo intendiamo un sistema economico teso a limitare al massimo il welfare e ad esaltare l’approccio individualista – propugnato da figure politiche come il presidente argentino Milei – inquadriamo esattamente il modello che sta tendendo ad affermarsi con maggior forza nel mondo occidentale e che si ripropone di superare il Nuovo Modello LGL. Il modello liberista ha fallito in primo luogo per l’incapacità di far fronte ai bisogni dei ceti più disagiati – in quanto il cosiddetto “sgocciolamento («trickle-down», cfr. https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2015/07/17/news/la-teoria-dello-sgocciolamento-che-non-piace-al-papa-1.35242476/ ), cioè il trasferimento di gocce di benessere dai ceti più rampanti a quelli più disagiati, non sta affatto avvenendo, dato l’aumento della popolazione in situazione di povertà e il processo di concentrazione di ricchezza in una ristretta cerchia di soggetti man mano che si sviluppa la crescita.
Si assiste quindi a un disallineamento tra i concetti di crescita (cioè l’incremento del PIL così come è definito attualmente) e sviluppo (che non c’è se la diffusione del benessere diminuisce).
Ma il liberismo sta fallendo anche per il tradimento delle aspettative dei suoi stessi propugnatori. Il processo di concentrazione delle ricchezze sta infatti mietendo vittime anche tra una quota dei ceti benestanti. A livello microeconomico sono infatti vittime tutte quelle attività industriali, commerciali e imprenditoriali fagocitate dal processo di concentrazione monopolistica in atto, che si riscontra a tutti i livelli, dal globale al locale. Basti pensare a quanti ferramenta o negozi di abbigliamento sportivo sono falliti per l ‘apertura dei punti vendita di certe note catene di megastore.
A livello macroeconomico si assiste pure alla progressiva proletarizzazione di quel ceto medio e medio-alto che, vedendo minacciato il proprio benessere, da un lato, cede alla demoralizzazione, e non partecipa più alle elezioni, oppure, dall’altro, cede alla rabbia, e abbraccia le dottrine più estremiste di destra o di sinistra.
Viceversa, capovolgendo Croce, direi che non possiamo non dirci liberali se intendiamo il termine con riferimento alla libertà come dottrina di organizzazione dell’assetto istituzionale (penso sia anche il senso del richiamo alla “Libertà” nel logo di Solidarietà): il rispetto dei diritti fondamentali di libertà, lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, il rispetto delle norme giuridiche che regolano i rapporti tra i cittadini e lo Stato, la separazione tra Stato e Chiesa, l’uguaglianza di fronte alla legge. Quel liberalismo democratico che impregna la democrazia come la conosciamo oggi e che viene rimessa in discussione da visioni autoritarie di vario stampo, dalla finta democrazia elettorale dello stato poliziesco in Russia alla plutocrazia che sembra emergere negli Stati Uniti travolgendo (talora ma non sempre) proprio i presidi liberaldemocratici, fino alle teocrazie più o meno presidenzialiste in certi Paesi del Vicino Oriente.
Il tema del rapporto con la Libertà costituisce quindi un corollario fondamentale per il Nuovo Modello di Sviluppo, che se dovesse essere imposto si tradurrebbe nella peggiore delle dittature, vanificando anche se stesso, nel momento in cui sappiamo che l’autoattivazione delle persone e dei corpi sociali – richiamata dal modello Life Giving Life (LGL) – non sarebbe possibile a scudisciate(come ci insegna il fallimento delle economie di stampo sovietico) bensì richiede un atto di Libertà.


