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venerdì, Ottobre 9, 2026

La geografia della Pace

Per parlare di politica estera, qualche volta basterebbe cominciare da una carta geografica. Sembra una banalità, ma non lo è.

Nella scuola italiana la geografia accompagna gli studenti fin dalla primaria e continua nella secondaria di primo grado. Nei licei, invece, il suo insegnamento si concentra soprattutto nel primo biennio, spesso insieme alla storia, per poi perdere una presenza autonoma negli anni successivi.

Eppure proprio le Indicazioni nazionali assegnano alla geografia un compito tutt’altro che marginale: insegnare a leggere il territorio, le risorse, le popolazioni, i rapporti economici e demografici e, attraverso di essi, comprendere i problemi del mondo contemporaneo.

Non è poco. Anzi, è esattamente ciò che serve quando apriamo un giornale o ascoltiamo un telegiornale.

Oggi le scuole dispongono inoltre di strumenti che qualche decennio fa erano impensabili: carte digitali, immagini satellitari, planisferi interattivi. Ma gli strumenti servono solo se vengono usati. Conoscere la geografia non significa sapere a memoria capitali, fiumi e catene montuose: significa capire dove accadono le cose e quali rapporti esistono tra i luoghi.

Ed è da qui che dovrebbe cominciare anche qualsiasi ragionamento sulla politica estera italiana.

Guardiamo allora una carta.

L’Italia è innanzitutto un paese europeo e membro dell’Unione Europea. L’Unione non è una federazione e non possiede una costituzione federale: è una costruzione politica e giuridica fondata sui Trattati, nella quale gli Stati hanno trasferito alcune competenze mantenendone altre. La politica estera e di sicurezza rimane uno degli ambiti nei quali il ruolo degli Stati nazionali è ancora molto forte.

Qualunque politica estera italiana deve quindi fare i conti con un primo problema: quale Europa vogliamo costruire e quale grado di integrazione siamo disposti ad accettare?

C’è poi una seconda appartenenza: la NATO. La difesa dell’Italia non viene pensata soltanto entro i confini nazionali, ma all’interno di un sistema di alleanze che lega il nostro paese agli Stati Uniti, al Canada e agli altri paesi europei aderenti all’Alleanza Atlantica. Le missioni, il controllo dei confini orientali dell’Alleanza, la difesa aerea e marittima e oggi anche la sicurezza informatica sono ormai parti di una strategia che supera ampiamente il territorio nazionale.

Esiste infine una terza carta geografica, meno visibile ma altrettanto importante: quella economica.

L’Italia è un paese fortemente inserito negli scambi internazionali. Esporta una quota rilevante della propria produzione industriale e agricola e, nello stesso tempo, importa materie prime, prodotti energetici, componenti industriali e derrate alimentari. Basta osservare gli scaffali di un supermercato o seguire la filiera di un prodotto industriale per accorgersi di quanto la nostra vita quotidiana dipenda da relazioni che attraversano continenti e oceani.

Europa, alleanze militari, commercio internazionale: già queste tre dimensioni mostrano quanto sia difficile immaginare una politica estera come semplice difesa dell’«interesse nazionale» isolato dal resto del mondo.

Poi c’è la carta delle guerre.

Secondo l’Uppsala Conflict Data Program, nel 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati nei quali era coinvolto almeno uno Stato: il numero più alto dall’inizio della serie storica, nel 1946.

Di quanti sentiamo parlare quotidianamente?

Soprattutto della guerra provocata dall’aggressione russa all’Ucraina, entrata ormai nel suo quinto anno, e del conflitto israelo-palestinese e delle sue conseguenze regionali. Degli altri conflitti arrivano notizie intermittenti, quando accade qualcosa di abbastanza grave da conquistare per qualche minuto lo spazio dei notiziari.

Non significa che i giornali nascondano deliberatamente ciò che accade. Significa semplicemente che nessun notiziario può raccontare ogni giorno decine di crisi contemporaneamente.

Il risultato, però, è che la nostra immagine del mondo rischia di essere molto più piccola del mondo reale.

Alla fine del 2025, secondo l’UNHCR, circa 117,8 milioni di persone risultavano costrette lontano dalle proprie case a causa di guerre, violenze, persecuzioni, violazioni dei diritti umani e altre situazioni di grave instabilità.

Questa è la geografia dentro la quale stiamo discutendo del riarmo europeo.

Gli Stati dell’Unione Europea hanno speso per la difesa 418 miliardi di euro nel 2025; per il 2026 l’Agenzia europea per la difesa prevede circa 454 miliardi. È un aumento molto consistente e destinato, secondo le attuali strategie europee, a proseguire.

Ma la questione non è soltanto quanto spendere. È soprattutto come spendere e per quale politica comune.

Per molti anni gli Stati europei hanno sviluppato eserciti, sistemi d’arma e programmi industriali con un grado insufficiente di coordinamento. La stessa Unione Europea oggi riconosce il problema e punta ad aumentare gli acquisti congiunti e l’integrazione dell’industria della difesa.

È qui che riemerge una vecchia contraddizione europea: possiamo aumentare enormemente le spese militari e continuare nello stesso tempo a comportarci come ventisette sistemi nazionali distinti? Oppure la difesa comune deve diventare uno degli strumenti di una vera integrazione politica?

C’è poi un’altra questione delicata: il rapporto fra politica estera, sicurezza e industria militare.

Israele, per esempio, possiede un’industria molto avanzata nei sistemi di difesa aerea, nei droni, nell’intelligence e nella sorveglianza e vende una parte rilevante della propria produzione ai paesi europei. Non è però il principale fornitore militare dell’Europa: quel ruolo appartiene nettamente agli Stati Uniti.

Questi rapporti industriali e strategici esistono e devono essere tenuti presenti quando si analizzano le scelte internazionali dei governi. Sarebbe però troppo semplice concludere che essi, da soli, spieghino le posizioni europee sulla guerra di Gaza o sul governo israeliano. La politica estera nasce sempre dall’intreccio di interessi economici, alleanze, sicurezza, opinione pubblica, valori dichiarati e rapporti di forza.

Ed è proprio per questo che occorre sapere quale obiettivo si vuole perseguire.

Per noi quell’obiettivo continua ad avere un nome semplice: pace.

Non significa pensare che basti pronunciare questa parola perché le guerre finiscano. È facile invocare la pace quando non si vive sotto le bombe; infinitamente più difficile cercarla quando un paese è stato aggredito, quando si teme per la propria sicurezza o quando anni di violenza hanno prodotto odio e paura.

Ma non possiamo neppure identificare automaticamente le decisioni dei governi con la volontà dei popoli. Un governo che conduce una guerra non dimostra per questo che tutti i suoi cittadini desiderino quella guerra. Vale nelle democrazie e, a maggior ragione, nei sistemi nei quali la libertà politica e l’informazione sono fortemente limitate.

La difesa può essere necessaria. La deterrenza può essere necessaria. Anche investimenti militari possono diventarlo quando cambia il quadro internazionale.

Ma nessuno di questi strumenti dovrebbe diventare un fine.

Se dovessi riassumere in poche parole la politica estera che vorrei per l’Italia e per l’Europa, continuerei quindi a scegliere uno slogan forse ingenuo soltanto in apparenza:

Per la Pace e il Progresso.

La pace non è il contrario della sicurezza. Dovrebbe esserne lo scopo.

E forse proprio questo è il motivo per cui dovremmo tornare a studiare seriamente la geografia.

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