Hai guardato l’immagine che apre questo articolo?
Case sventrate, macerie ai lati di una strada polverosa. Al centro, una bambina a piedi nudi che segue un piccolo pallone colorato.
Gaza?
No.
Quella foto è un falso. Non racconta un fatto realmente accaduto: è una scena inventata da un sistema di intelligenza artificiale, con una bambina inventata che cammina scalza tra rovine inventate. Eppure basta un colpo d’occhio perché il cervello completi il resto: guerra, bombardamenti, violenza. E poi quel pallone, quel gesto di gioco in mezzo al disastro, che suggerisce l’idea che, comunque vada, la vita cerchi un varco.
Ci piace pensare che quella bambina – qualsiasi bambina nelle sue condizioni – possa avere un futuro diverso dalla desolazione che vediamo sullo sfondo. Ma sappiamo che non è affatto scontato: per molti bambini il presente è fatto di morte, privazioni, assenza quasi totale di prospettive.
Lo scorso anno abbiamo pubblicato un articolo in inglese, scritto da uno dei responsabili di un’associazione israelo‑palestinese che riunisce famiglie dei due popoli, unite dallo stesso lutto: figli uccisi da una guerra che dura, con fasi alterne, dalla metà del Novecento. Avevamo chiesto a quell’associazione un secondo contributo, questa volta firmato da una persona palestinese, che raccontasse in poche pagine come si vive oggi dentro questo conflitto. Lo stiamo ancora aspettando.
La difficoltà, però, non riguarda solo loro. A un giovane italiano, che lavora spesso in Israele e conosce bene la situazione sul campo, avevo chiesto un breve pezzo sulla vita quotidiana nel Paese. «Sì, sì, domani ti mando tutto», mi ha risposto. Sto aspettando anche lui.
Forse quella bambina generata dall’IA dice qualcosa anche di noi: vorremmo credere in un futuro diverso da ciò che vediamo, ma ci scopriamo incapaci perfino di mettere in parole il presente.
Come sapete, Gaza non è l’unico fronte aperto vicino a noi. C’è la guerra in Ucraina, con un presidente, Zelensky, stretto fra due leader ben più potenti: Putin e Trump. Per mesi abbiamo pensato che l’Occidente – l’Europa di cui facciamo parte e gli Stati Uniti – avesse una posizione compatta contro l’aggressione russa. Oggi quella sicurezza sembra incrinata. A giorni alterni, il presidente americano sembra prendersela con Zelensky, quasi fosse colpevole di non decidere, mentre attende garanzie di protezione per il “dopo”, se mai si arriverà a un accordo di pace.
In queste settimane lo sguardo è puntato su Davos: Zelensky aspetta che da lì arrivi finalmente un impegno chiaro, una garanzia concreta da parte degli Stati Uniti per una pace che non sia solo una tregua fragile. Senza quella copertura militare, le promesse europee – pure importanti – appaiono insufficienti.
Il prezzo, intanto, lo paghiamo in molti. Lo pagano i cittadini europei, ad esempio attraverso il costo dell’energia. Lo paga il popolo russo, a sua volta schiacciato da sanzioni, repressione interna, povertà crescente. E lo paga soprattutto la popolazione ucraina, sotto attacco continuo alle infrastrutture energetiche e alle città, spesso con modalità che colpiscono direttamente i civili.
E l’ONU? Se spostiamo lo sguardo lì, vediamo un’istituzione che fatica a farsi ascoltare, imbrigliata da veti incrociati nel Consiglio di Sicurezza. La parola “comunità internazionale” suona sempre più astratta.
Allora, che fare? In che modo i popoli coinvolti possono far valere la propria volontà? Non certo continuando a spararsi addosso. Una strada possibile – semplice da dire, complessa da realizzare – sarebbe quella di consultazioni popolari e referendum organizzati e garantiti da organismi internazionali credibili. Un percorso in cui le comunità direttamente interessate possano esprimersi, senza pistole puntate alla tempia.
Eppure questa idea sembra non entrare mai davvero nell’agenda dei protagonisti. Troppo rischiosa, troppo incerta, troppo lontana dalle logiche di potere e di controllo dei territori.
Come si fa, allora, a far arrivare questa proposta ai governi? Come si costruisce un consenso intorno a una via d’uscita che rimetta al centro la voce di chi subisce la guerra, più che di chi la comanda?
Non ho risposte pronte. Ho solo l’immagine – finta ma potentissima – di una bambina che calcia un pallone tra le macerie. Forse non esiste, forse non si chiama in nessun modo. Ma i bambini come lei esistono davvero, a Gaza, a Kiev, a Donetsk, a Sderot, a Kharkiv, in tanti altri luoghi che i notiziari citano per qualche settimana e poi dimenticano.
Per loro, almeno, dovremmo avere il coraggio di immaginare – e pretendere – strumenti diversi dalle armi per decidere il futuro.


